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domenica 22 febbraio 2015

Oscar 2015 - vincitori.



Sono patriottico fino alle lacrime ma non m'importa: apro l'articolo con la nostra(na) Milena Canonero (nella foto), che porta avanti la tradizione di Piero Gherardi, ma anche di Dante Ferretti, ritirando la quarta statuetta della sua ormai decennale carriera per Grand Budapest Hotel (è stata la costumista di Kubrick ma anche della Coppola), agli 87esimi Academy Awards dove la pellicola indie-hypster di Wes Anderson ha raccattato i quattro premi che si erano pronosticati – scenografia, la colonna sonora del due-volte-candidato Alexandre Desplat, trucco e, appunto, costumi – pareggiando con l'invece imprevedibile (virtuoso) Birdman; Alejandro González Iñárritu, nominato nel miglior film straniero col capolavoro Amores Perros e poi con Biutiful e regista anche degli americani 21 Grammi e Babel, in lizza per tre categorie questa sera fa en plein (miglior film, regia e sceneggiatura originale) e fa fare doppietta al chico Emmanuel Lubezki (già Oscar l'anno scorso per Gravity), e poi si lamenta della condizione degli immigrati negli USA. Sono anni ormai che, apparte Argo, non vince la statuetta per il miglior film (ma nemmeno la regia) un americano – si sono susseguiti l'inglese Tom Hooper, il francese Michel Hazanavicious, il coreano Ang Lee e, appunto, Alfonso Cuarón. Sono stati discorsi molto politici, quelli dei vincitori: l'accettazione della propria diversità dall'omosessuale giovanissimo Graham Moore, immeritatamente miglior sceneggiatore per The Imitation Game, che ricalca lo stesso figuro che fu di Milk, che ha accennato al proprio tentato suicidio a sedici anni, ma soprattutto Patricia Arquette, capace di far saltare dalla sedia Lady Oscar Meryl Streep lamentandosi dell'ineguaglianza degli stipendi delle donne, sempre inferiori rispetto a quelli degli uomini. Lei e gli altri tre attori non nascondono sorprese – l'unica sorpresa è che Boyhood torna a casa con una statua. La malattia premia sempre e Julianne Moore reincontra Eddie Redmayne dopo il di-lui esordio in Savage Grace, dove lei interpretava la sua incestuosa madre, e ci offrono due ringraziamenti opposti: di donna matura, accasata, devota al proprio marito la prima; di giovane adulto, ancora bambino, incontenibilmente entusiasta il secondo. Entrambi salutano coloro che affrontano la malattia. Quarta certezza di quattro, J.K. Simmons è solo il primo premio che arriva a casa Whiplash: dopo il premio al mixaggio sonoro e con quello al montaggio abbiamo capito che il 12-years-a-movie di Richard Linklater non avrebbe incassato più niente – perché i Sindacati hanno sempre ragione. Fa una discutibile doppietta la Disney, col suo secondo Oscar di fila per il film animato, dopo Fronzen, cioè Big Hero 6, e col suo corto d'apertura Feist, mentre non fa doppietta Guardiani Della Galassia con le sue due candidature – una delle quali, gli effetti speciali, ancora una volta non va al Pianeta Delle Scimmie ma a Interstellar, premio contentino. È stata un'edizione musicale e musicata come al solito grazie anche a Edwig il presentatore, Neil Patrick Harris, che ha aperto lo show in maniera egregia (insieme ad Anna Kendrick, in Into The Woods, e Jack Black) e si è poi concesso qualche frecciatina (a Oprah su tutte, «because you're rich»). Oltre alle cinque canzoni candidate, tutte performate (due standig ovations per John Legend & Common), Jennifer Hudson ha cantato il tributo ai cineasti scomparsi, in cui mancava Francesco Rosi ma faceva capolino Virna Lisi, e Lady Gaga ha tributato Julie Andrews e Tutti Insieme Appassionatamente che cinquant'anni fa vinceva cinque Oscar. Sul sito ufficiale tutti i dettagli mentre di seguito, dopo il salto, ogni candidato e ogni vincitore.

film
American Sniper prodotto da Clint Eastwood, Robert Lorenz, Andrew Lazar, Bradley Cooper e Peter Morgan
Birdman o (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza) prodotto da Alejandro G. Iñárritu,
John Lesher e James W. Skotchdopole
Boyhood prodotto da Richard Linklater e Cathleen Sutherland
Grand Budapest Hotel prodotto da Wes Anderson, Scott Rudin, Steven Rales e Jeremy Dawson
The Imitation Game prodotto da Nora Grossman, Ido Ostrowsky e Teddy Schwarzman
Selma prodotto da Christian Colson, Oprah Winfrey, Dede Gardner e Jeremy Kleiner
La Teoria Del Tutto prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Lisa Bruce e Anthony McCarten
Whiplash prodotto da Jason Blum, Helen Estabrook e David Lancaster

lunedì 9 febbraio 2015

BAFTA 2015 - vincitori.



Un potente, lungo, serio, ironico discorso di Mike Leigh ha chiuso la cerimonia dei 68esima BAFTA, i British Academy Film And Television Awards che sono serviti, a due settimane dagli Oscar, a indirizzare meglio le nostre previsioni. Il Turner di Leigh è chiaramente fuori dalla competizione (nonostante una fotografia splendida e una cura maniacale per i costumi), e proprio su questo il regista inglese ha ironizzato, ringraziando comunque i BAFTAs per il premio “dei membri” potremmo dire, presentato da due emozionatissime delle sue attrici: «non ero mai salito su questo palco, è carino». Boyhood rimane il miglior film anche se il sindacato dei produttori ha premiato Birdman, e Richard Linklater il miglior regista – ma non c'è, e ritira il premio Ethan Hawke. Non c'è nemmeno Wes Anderson, miglior sceneggiatore originale per Grand Budapest Hotel, che vince anche la miglior scenografia, i costumi di Milena Canonero (che manco c'è), trucco & acconciature e colonna sonora: Alexandre Desplat la stessa sera ha vinto anche il Grammy per la stessa categoria per cui il Jóhann Jóhannsson de La Teoria Del Tutto scende al secondo posto nella scala dei favoriti insieme a – rullo di tamburi – Michael Keaton sconfitto anche questa volta, come Birdman tutto: unico premio, la sacrosanta fotografia di Emmanuel Lubezki, il genio, tra gli altri film, dietro The Tree Of Life. A La Teoria Del Tutto invece tre awards: la sceneggiatura non originale, strappata all'altro inglese dell'anno infinitamente meno meritevole, The Imitation Game, il miglior attore Eddie Redmayne (nella foto, con Felicity Jones e David Beckham) e il miglior film inglese. Degli inglesi, il miglior debutto è stato quello del produttore e dello sceneggiatore di Pride, cult anche nelle nostre affollate sale – e per il resto tutto come previsto, Julianne Moore, i Lego miracolati almeno in Inghilterra, Citizenfour tra i documentari e poi Ida che si riprende ciò che era suo fino a prima dell'incursione di Leviathan. Gioia infinita per Whiplash, ben tre premi: oltre al prevedibile J.K. Simmons anche miglior montaggio e miglior sound – ma l'Oscar andrà ad American Sniper. A sorpresa si accaparra un premio anche Interstellar, gli effetti visivi che avrebbero dovuto essere del Pianeta Delle Scimmie, e sempre a sorpresa Jack O'Connell, guardacaso inglese, protagonista di Unbroken, batte i ben più celebri Shailene Woodley e Miles Teller (furono insieme in The Spectacular Now) e Gugu Mbatha-Raw, che ha quattro film usciti solo quest'anno. Questo il sito ufficiale della cerimonia mentre di seguito e dopo l'interruzione tutti i candidati e i rispettivi vincitori.

miglior film
Birdman
Boyhood
Grand Budapest Hotel
The Imitation Game
La Teoria Del Tutto


miglior film inglese
'71
The Imitation Game
Paddington
Pride
La Teoria Del Tutto
Under The Skin


venerdì 30 gennaio 2015

SAG Awards 2015 - vincitori.



Con una Naomi Watts cadente ma non troppo, il cast di Birdman O (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza) ha ritirato l'ultimo Screen Actors Guild Award, il premio del sindacato degli attori americani – quasi a volersi scusare di non aver premiato Edward Norton, come ci saremmo aspettati qualche mese fa, prima che il J.K. Simmons di Whiplash gli rubasse, meritatamente, il trofeo, e soprattutto aver snobbato Michael Keaton, chiamato a ringraziare a nome di tutti, in favore dello Stephen Hawking di Eddie Redmayne, visibilmente sorpreso ed emozionato, ma subito pronto col discorso che ci si aspetta. Né sorpresa né emozionata Julianne Moore, la certezza di tutte le serate, presa poi di mira per il suo esordio, giunta finalmente al premio con un filmetto, peccato – e Patricia Arquette, potremmo dire, attricetta con un filmone, nel senso dimensionistico del termine. Boyhood non ritira il premio maggiore forse anche per il ridotto cast nonostante front-runner agli Oscar e set di dodici anni. Ma adesso le previsioni si ribaltano perché, considerando i premi dei sindacati come grandi anticipatori della statuetta d'oro, Birdman e La Teoria Del Tutto se la devono spareggiare – staremo a vedere in queste ultime due settimane di premiazioni. Nessun premio neanche per Grand Budapest Hotel, con una serie sconfinata di nomi, né per il tremendo The Imitation Game, gli altri super-favoriti dell'Academy. Sorprendono gli stunt di Unbroken, che hanno la meglio sui giocattoloni Marvel. Mark Ruffalo non porta a casa né a Foxcatcher il suo trofeo ma vince come miglior attore in un film TV per The Normal Heart – assente, gli canterà le lodi Julia Roberts. La lista dei vincitori per la televisione è sul sito ufficiale mentre di seguito, dopo l'interruzione, tutti i premi cinematografici.

performance
di un cast in un film
Birdman O (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza):
Zach Galifianakis, Michael Keaton, Edward Norton, Andrea Riseborough,
Amy Ryan, Emma Stone, Naomi Watts
Boyhood:
Patricia Arquetta, Ellar Coltrane, Ethan Hawke, and Lorelei Linklater
Grand Budapest Hotel:
F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Ralph Fiennes, Jeff Goldblum,
Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Tony Revolori, Saorise Rona,
Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, and Owen Wilson
The Imitation Game:
Matthew Beard, Benedict Cumberbatch, Charles Dance, Matthew Goode,
Rory Kinnear, Keira Knightley, Allen Leech and Mark Strong
La Teoria Del Tutto:
Charlie Cox, Felicity Jones, Simon McBurney, Eddie Redmayne, David Thewlis, and Emily Watson

martedì 27 gennaio 2015

vita delle farfalle.



Still Alice
id., 2014, USA/ Francia, 101 minuti
Regia: Richard Glatzer & Wash Westmoreland
Sceneggiatura non originale: Richard Glatzer & Wash Westmoreland
Basata sul romanzo Perdersi di Lisa Genova (Piemme)
Cast: Julianne Moore, Alec Baldwin, Kristen Stewart,
Kate Bosworth, Shane McRae, Hunter Parrish, Seth Gilliam
Voto: 6.7/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
attrice
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Alice compie cinquant'anni e la vita le brilla: una carriera eccellente coronata dall'insegnamento della Linguistica all'università, un marito altrettanto docente, un figlio neo-medico, una figlia laureata in Legge e vabbè, la pecora nera Kristen Stewart, che vorrebbe fare l'attrice e non studiare Arti Drammatiche, che vive fuori casa con coinquilini precari e si autofinanzia la compagnia teatrale, che sta scalando il cinema – quello vero – prima affianco a Juliette Binoche adesso affianco al prossimo Premio Oscar; compie cinquant'anni, dicevo, e si ritrova a dover cercare la ricetta del pudding di pane su internet, dall'iPhone, perché non se la ricorda; di correre per il campus e ad un tratto smarrirsi, perdersi, come dice il titolo della storia originale. Di formazione scientifica e col coniuge altrettanto preparato, vede un neurochirurgo che le diagnostica una forma rara, ereditaria e precoce di Alzheimer. Nota al testo numero uno: come si può buttare alle ortiche una vita così splendida, una condizione così positiva, una famiglia abbastanza serena, una carriera ancora ascendente? Come una punizione Alice si sente anche dire che «le persone con un'alta formazione sono vittime di un più veloce svilupparsi della malattia» e arriverà a desiderare di avere il cancro piuttosto, in modo da non ridursi a uno scherzo, a non essere ridicola, a riconoscersi in se stessa, a venire compatita e non schernita. Con l'ausilio della tecnologia che non le manca (si permette spesso pranzi e cene fuori, ha una casa al mare, lascia il lavoro) cerca di limitare o almeno tenere sotto controllo i danni del morbo: risponde ogni giorno a una serie di domande su se stessa, gioca con la figlia maggiore a una sorta di cruciverba online, si registra per darsi le istruzioni su come suicidarsi quando ormai la malattia avrà avuto la meglio sul suo raziocinio. Rivedrà il video – non sappiamo dopo quanto tempo, perché il tempo è diluitissimo durante tutta la pellicola che ci dà sporadici accenni delle stagioni in cui ci troviamo – e noi la vedremo cambiata, trasformata, ma la trasformazione è stata così lineare che non ce ne siamo accorti. Sempre bravissima, Julianne Moore, finalmente vincitrice della statuetta che spesso le è stata sottratta a discapito di emergenti poi scomparse – una statuetta che corona una carriera altrettanto brillante e non certo una pellicola particolarmente meritevole. Come il solito marito mèlo della protagonista ammalata (farebbe eccezione il più letale Away From Her), Alec Baldwin è sottotono – rispetto, per esempio, al 30 Rock che l'ha premiato in ogni fronte – e la messa in scena, la fotografia sempre luminosa, i vestiti composti, gli interni borghesi, tutto ricorda quel genere prossimo alle lacrime da pomeriggio televisivo nel fine-settimana, non un lavoro da premio Oscar; eppure i due registi e sceneggiatori a partire dal romanzo best-seller della Genova sono stati gli autori di Non È Peccato, all'anagrafe Quinceañera, film cult che si impose al Sundance e che toccava l'adolescenza e l'omosessualità con delicatezza e il giusto umorismo (erano stati anche registi di qualche filmetto, si direbbe, queer); questa volta senza assoluta originalità registica né testuale fanno ciò che si deve, e il tanto nominato fuori-fuoco per i momenti di smarrimento non è neanche così utilizzato. Nota al testo numero due: Richard Glatzer ha scoperto, avviato il progetto cinematografico, di essere ammalato di Sla: «la malattia gli impedisce l'uso della parola e il movimento» dice il compagno Wash Westmoreland, «ha diretto il film utilizzando un iPad, usando un solo dito, e questa sua determinazione ha regalato una motivazione in più a tutta la troupe». Nota al testo numero tre: chi conosce le dinamiche della malattia, le sue fasi, noterà la sensibilità e la fedeltà con cui sono state riportate. I due registi avevano già proposto un ruolo alla Moore che dopo due mesi rifiutò; in questo caso ha accettato dopo due giorni; ricerche sul morbo, improvvisazioni sul set – e all'orizzonte, l'omino d'oro: unico valore del costo del biglietto.

domenica 11 gennaio 2015

Golden Globes 2015 - vincitori.


«One can get in trouble for saying anything these days, so I’m just going to say thank you». Con queste sole parole Billy Bob Thornton ha ricevuto il premio come miglior attore per Fargo, la miniserie che battendo True Detective ha portato a casa due trofei; si sono aperti con queste e con satirici riferimenti alle accuse di Bill Cosby e alla vicenda Sony-Columbia sugli attacchi virtuali subiti a causa del film The Interview i 72esimi Golden Globes, macchiati anche qua e là dalle politically correct standing ovations sulle attuali vicende parigine – ricordate dal presidente della Hollywood Foreign Press Association e da Jared Leto, prima che George Clooney ritirasse il Premio alla Carriera. Alla terza e ultima conduzione di fila, Tina Fey e Amy Poehler si sono fatte accompagnare da una finta rappresentante nord-coreana che ha minacciato nuove ripercussioni sul sistema cinematografico americano a meno che non fosse stata fotografata con Meryl Streep (ma è saltato dentro anche Benedict Cumberbatch). Entrambi questi due attori sono rimasti a bocca asciutta – non che la Streep abbia di questi problemi; a Cumberbutch è stato giustamente preferito Eddie Redmayne per la sua coinvolta e intensa interpretazione di Stephen Hawking ne La Teoria Del Tutto, che si aggiudica anche il premio alla colonna sonora di Jóhan Jóhanson. La canzone è per Selma, e la presenta a sorpresa Prince. Altre sorprese: il film d'animazione che non è Lego ma Dragon Trainer 2; il film straniero che non è Ida ma Leviathan; il miglior film comedy che non è Birdman ma Grand Budapest Hotel. (In realtà in questo caso Anderson e Iñárritu si scambiano i globes previsti a uno per la pellicola e all'altro per la sceneggiatura). Birdman vince anche per il miglior attore comedy, Michael Keaton, presentato da Amy Adams vincitrice nella stessa categoria l'anno scorso e quest'anno, per Big Eyes. Ma è prevedibilmente Boyhood ad avere la meglio: Richard Linklater e Patricia Arquette si fanno capofila del miglior film drammatico. Presenti in sala: Jennifer Lopez mezza nuda, Rosamunde Pike sfacciatamente a suo agio, Julianne Moore consapevole dell'Oscar imminente e Mark Ruffalo, doppiamente candidato come Bill Murray, ringraziato dal partner-on-screen Matt Bomer, miglior attore non protagonista in The Normal Heart. Qui il sito ufficiale, che include i premi per la televisione mentre di seguito, dopo l'interruzione, i candidati e i vincitori cinematografici.

miglior film
drama
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto

miglior film
comedy o musical
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent

Golden Globes 2015 - predictions.


venerdì 12 dicembre 2014

Golden Globes 2015 - nominations.



Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza) conduce le aspettative di questi 72esimi Golden Globes con 7 nominations in tutte le più importanti categorie, per una doppietta del regista Alejandro González Iñárritu, celebratissimo col potente esordio Amores Perros, volato poi a Hollywood per 21 Grammi e Babel e tornato alla lingua madre per Biutiful – sempre candidandosi a qualche Oscar e ora autore della commedia dell'anno (da noi il 5 febbraio 2015); buon per lui che non è contro Boyhood, l'altro film dell'anno, 5 nominations in categorie drammatiche e il Miglior Film e l'Attrice Non Protagonista praticamente certi. In dubbio è invece la Regia: per la prima volta nella storia la Foreign Press Association che stila le candidature ha nominato una regista afroamericana, Ava DuVernay, per il mediocre Selma su Martin Luther King e la marcia verso i diritti civili: a sorpresa tra i migliori film, gli attori e la canzone. Con 5 candidature anche L'enigma Di Un Genio, che risponde al nome di Alan Turing, contro le 4 de La Teoria Del Tutto, leggi Stephen Hawking: due delle menti più brillanti del secolo si sfidano per la musica e tutti gli attori – a noi piacciono un sacco Eddie Redmayne e soprattutto Felicity Jones ma questo è l'anno di Benedict Cumberbatch: la categoria è tutta aperta però, perché il super-favorito Michael Keaton è dall'altra parte contro il Joaquin Phoenix di Vizio Di Forma, il film super-assente in questa lista. Chi altro manca: sicuramente Mommy tra i Film Stranieri (e il Canada ne aveva mandati tre!), manca la Francia nella stessa categoria (che ne aveva mandati sei!) e manca la Palma d'Oro Il Regno D'inverno. E manchiamo noi, ma la cosa non ci sorprende. Manca giustamente Interstellar, che si accontenta della Migliore Musica di Hans Zimmer, dove manca la straordinaria Mica Levi. Torniamo a chi c'è: L'amore Bugiardo, assente da tutti i premi della critica, colleziona tre nomine, ma non quella al Film; Julianne Moore prontissima a tornare sul palco dopo il premio televisivo per Game Change, quest'anno doppiamente candidata per Still Alice e il tremendo Maps To The Stars, dove è magnifica (ma qualcuno si spiega perché è nelle commedie?); Pride, inspiegabilmente Miglior Film e nient'altro; Helen Mirren tanto per cambiare (nel 2007 vinse due Globes per due regine); Annie, remake del musical degli anni '80, stroncato dalla critica e con una candidatura alla undicenne Quvenzhané Wallis per scusarsi di quella mancata de Le Terre Selvagge; e infine, immancabile, per la ventinovesima volta, l'onnipresente Meryl Streep che si trascina Emily Blunt con Into The Woods.
Presentati per la terza volta consecutiva da Tina Fey e Amy Poehler campionesse d'ascolti, i Golden Globes 2015 si svolgeranno l'11 gennaio in diretta televisiva dal Beverly Hilton Hotel, dove saranno dati i premi anche alla televisione (grandi assenti lì: The Big Bang Theory, Modern Family, Mad Men) di cui potete vedere i candidati qui. Di seguito e dopo il salto, le nominations cinematografiche.

miglior film
drama
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto

miglior film
comedy o musical
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent


giovedì 11 dicembre 2014

SAG Awards 2015 - nominations.



Il più interessante – il più glamour sindacato cinematografico è quello sicuramente degli attori: attori e attrici che si candidano e si premiano agli Screen Actor Awards, le statuette che l'80% delle volte anticipano il più celebre Oscar. Sono venti ogni cento i membri che fanno parte anche dell'Academy e queste candidature sono il primo grande passo verso la notte di febbraio: Birdman, senza sorprese, si mantiene avanti con la candidatura al cast, all'attore Michael Keaton praticamente ormai vincitore certo, all'attrice non protagonista Emma Stone e al non protagonista Edward Norton. Gli stanno dietro, con tre candidature a testa, Boyhood (e la sua frontrunner Patricia Arquette), La Teoria Del Tutto coi mini mostri sacri Felicity Jones e Eddie Redmayne e The Imitation Game che in italiano si chiamerà L'enigma Di Un Genio. Chi l'avrebbe mai detto che sarebbe arrivata a calcare questi palchi Jennifer Aniston (per Cake), insieme alla navigata navigatissima Meryl Streep (sedicesima candidatura) per l'ennesimo fairy film targato Disney. Tutti contenti per Jake Gyllenhaal che non si pensava fino alla fine ce la facesse ma ancora di più per Julianne Moore, undicesima nomination dopo l'unica vittoria l'anno scorso per il televisivo Game Change. Premio alla carriera per Debbie Reynolds, la Kathy di Cantando Sotto La Pioggia, la Berenice di In & Out. Di seguito e dopo l'interruzione tutti i candidati.

performance
di un cast in un film
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza):
Zach Galifianakis, Michael Keaton, Edward Norton, Andrea Riseborough,
Amy Ryan, Emma Stone, and Naomi Watts
Boyhood:
Patricia Arquetta, Ellar Coltrane, Ethan Hawke, and Lorelei Linklater
Grand Budapest Hotel:
F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Ralph Fiennes, Jeff Goldblum,
Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Tony Revolori, Saorise Rona,
Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, and Owen Wilson
The Imitation Game:
Matthew Beard, Benedict Cumberbatch, Charles Dance, Matthew Goode,
Rory Kinnear, Keira Knightley, Allen Leech and Mark Strong
La Teoria Del Tutto:
Charlie Cox, Felicity Jones, Simon McBurney, Eddie Redmayne, David Thewlis, and Emily Watson

venerdì 5 dicembre 2014

i am. i will.



Hunger Games:
Il Canto Della Rivolta - Parte I
The Hunger Games: Mockingjay - Part I, 2014, USA, 123 minuti
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura non originale: Peter Craig, Danny Strong e Suzanne Collins
Basata sul romanzo omonimo di Suzanne Collins (Mondadori)
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth,
Woody Harrelson, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman,
Julianne Moore, Willow Shields, Sam Claflin, Elizabeth Banks, Stanley Tucci
Voto: 6.8/ 10
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I settantacinquesimi ed ultimi Hunger Games – cerimonia celebrativa in cui ogni Distretto mandava due tributi ex sopravvissuti dopo il tour di successo della coppia Katniss/ Peeta – si erano interrotti perché Jennifer Lawrence aveva scagliato la sua freccia verso il cielo, interferendo nel campo magnetico che regolava l'arena e la città intera di Capitol City. L'avevamo lasciata, la Lawrence, mezza esausta, in un letto chissà dove a scoprire che quell'atto era stato l'inizio di una ribellione, contro la quale si erano schierate molte delle persone che abbiamo conosciuto nei film precedenti, e adesso la ritroviamo a fare il riassunto delle puntate precedenti a se stessa. Peeta è rimasto là, dove l'industria della televisione e dell'apparenza regna sovrana; lei si rifugia nel Distretto 13, che si credeva estinto, e invece ben capitanato dalla nuova leva Julianne Moore presidentessa al fianco del deceduto Philip Seymour Hoffman miracolosamente presente nelle scene in cui serve. La ribellione che da questi sotterranei parte ha bisogno di un leader, e il leader deve essere la ghiandaia imitatrice del titolo originale, Mockingjay: Katniss accetta di capitanare i rivoltosi e le servono una regista in erba, due telecamere sempre presenti, un manager, una curatrice della sua immagine, un nuovo costume disegnato da Lenny Kravitz prima che morisse: siamo tornati alla satira del ventunesimo secolo con cui la trilogia si nutre e che sbeffeggia: il kitch, lo sperpero del denaro, i piani alti e i piani bassi, i lavoratori catalogati dal meno al più umile, e la diretta, che tutto decide e attorno alla quale tutto ruota. Mentre i film precedenti giocavano tantissimo dentro questo aspetto, ironizzando su una realtà non ancora raggiunta ma volto vicina, questa volta il peso amaro si sente molto meno, e se sono meno le telecamere davanti alle quali bisogna ben apparire sono molti di più i monitor e i televisori: Katniss scopre che Peeta è vivo solo attraverso uno schermo, così Peeta scopre Katniss, e i distretti scoprono della rivolta, e il presidente Snow scopre Katniss. Le persone quasi non comunicano fisicamente perché fisicamente c'è sempre di mezzo l'esercito pronto a sterminare. Il genocidio è qui estremo, molto più cieco, e serve a rimpiazzare gli Hunger Games che non vengono celebrati: niente più preparazione all'arena né attesa né tensione durante i giochi: questo film non ha niente. Prodotto commerciale per raddoppiare gli incassi, il terzo capitolo è stato diviso inutilmente in due parti – ma i due film sono stati girati insieme – per cui questo serve solo da tramite verso il prossimo, per il quale c'è da aspettare un anno. È un film di passaggio il cui apporto narrativo rasenta lo zero, e ripropone le solite solfe – l'indecisione della protagonista sul ragazzo che preferisce, visto che Liam Hemsworth questa volta ha molto più spazio e Josh Hutcherson molto meno, e quasi l'ammazza strozzandola; la falsità dei conduttori televisivi e dell'industria che li regge; l'omertà verso certi episodi e l'ignoranza in cui certi popoli vengono fatti vivere, ignari per esempio che la propria città sia stata rasa al suolo. Pellicola celebrativa della Lawrence e dei suoi legami familiari (ridicola la scena del gatto da salvare), si basa su un'attrice-del-momento a cui viene messa in bocca anche una ingiustificata (ma splendida) canzone, tra le tante canzoni che formano la solita colonna sonora d'impatto commerciale che riesuma addirittura Grace Jones (ma nei titoli di coda c'è solo Lorde). Al solito le due ore valgono anche solo per Elizabeth Banks che col passare degli episodi rivela ogni volta volti sempre nuovi e umani del suo personaggio; qui, ridotta a condividere con la plebe gli spazi e i vestiti, ci regala i monologhi d'ironia più alta, le battute più riuscite, facendoci dimenticare del suo ruolo nel primo film – che era un film da ovazione, ma poi come si sa il regista è cambiato e questa volta gli sceneggiatori pure e a dita incrociate aspettiamo il prossimo novembre.

mercoledì 2 luglio 2014

tra dieci giorni.



Quel Che Sapeva Maisie
What Maisie Knew, 2012, USA, 99 minuti
Regia: Scott McGehee & David Siegel
Sceneggiatura non originale: Nancy Doyne & Carroll Cartwright
Basata sul romanzo di Henry James
Cast: Onata Aprile, Julianne Moore, Steve Coogan,
Alexander Skarsgård, Joanna Vanderham
Voto: 6.4/ 10
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“La trionfatrice del Festival di Cannes Julianne Moore” si legge sulla locandina italiana del film – ma il film è di due anni fa e Julianne Moore non aveva ancora trionfato a Cannes (per una modesta parte in un mediocre film, tra l'altro, e non era nemmeno presente alla premiazione); il paradosso è ancora più grande se si considera che è una modesta parte e un mediocre, discreto film anche questo: primo nome dei titoli di testa, il suo, solo per fama rispetto al resto del cast (Steve Coogan non aveva ancora sbancato il lunario con Philomena) dato che la si vede a malapena. Rockstar agée che non molla, che si circonda di artistoidi molto più giovani alla sera, a guardarsi live in tv e bere birra e fumare, ha una bambina che in questi bivaccamenti è messa a letto con la fatica del far addormentare – e restare addormentati – i bambini, mentre l'uomo con cui l'ha messa al mondo se n'è andato, artista pure lui, e s'è portato dietro la bambinaia, che a dispetto di tutte le bambinaie è giovane e bionda e british. Mamma e papà sono sempre al telefono con altri, e quando sono insieme si urlano addosso, e Maisie assiste silenziosa e impotente a tutto ed ecco che scopriamo quel che sapeva, ci chiediamo cosa effettivamente capisca, quando la bambinaia se la ritrova in casa del padre e poi nelle foto di matrimonio, quando a prenderla da scuola non ci va nessuno e poi compare un omone di due metri e dieci che non ha mai visto prima. Sono: lei, Joanna Vanderham e lui Alexander Skarsgård, lentamente traslocato dalla televisione di True Blood al cinema (Melancholia), i buoni buonissimi che si prodigano per questa bambina di sei anni di cui spesso tutti si dimenticano: con la regola del lanciarla nel campo avversario ogni dieci giorni, i genitori la mettono su un taxi e la spediscono via senza preoccuparsi che arrivi effettivamente alla meta – ma non sono genitori cattivi; nei momenti di presenza vomitano dolcezza e regali e parole di lode come spesso succede, più per se stessi che per l'infante. Riversano su di lei gli insulti all'ex consorte, spettatrice anche delle liti coi fidanzati attuali, e inconsapevole di ciò che accade finisce a dormire da colleghi di lavoro e ad aspettare nell'androne col postino. Impossibile, dato il tempismo dell'uscita italiana, non paragonare questo film a Incompresa di Asia Argento, storia vera e autobiografica di un'altra figlia di artisti. Lì le ambientazioni erano molto meno patinate per quanto patinate fossero le figure: attore e pianista che si odiano e spesso usano la progenie per odiarsi; Aria trovava la sua dimensione solo a contatto con gli oggetti e gli animali muti, incapace di trovare affetto nemmeno nei compagni di classe. Maisie invece il suo nucleo famigliare lo trova nei parenti non di sangue che si sono dimostrati genitori migliori per un sacco di tempo – e pare si voglia filosofeggiare sulla vera natura dell'essere padre e madre, quando la biologia non s'intromette. Julianne Moore domanda: «sai chi è la tua mamma, vero?» sconfitta dalla preferenza della bambina per la bambinaia. Lei annuisce, ma al cavallo a dondolo con cui giocherebbe da sola preferisce il giro in barca con due adulti che le vogliono bene. Intento lodevole per quanto storia tristemente nota. Onata Aprile, protagonista indiscussa, sorregge ogni scena della pellicola con una naturalezza e una gioia di muoversi incredibili, attrice maestosa dalle risate ai patimenti. I due autori che la dirigono, invece, noti per la performance di Tilda Swinton ne I Segreti Del Lago, si affidano a una sceneggiatura scritta a quattro mani da dei quasi-esordienti che trasportano le pagine di Henry James ai giorni nostri, senza mantenere assolutamente niente dello spirito ottocentesco. La superficialità della società si è, purtroppo, intrufolata nella resa stilistica rendendo la pellicola distaccata dagli avvenimenti: niente pietismi, ma nemmeno partecipazione.

sabato 31 maggio 2014

Cannes 2014 - vincitori.



Senza Nanni Moretti che si becca l'accusa di concussore e con un solo film italiano in gara – e uno solo nella seconda competizione più grassa, andato anche maluccio – l'Italia si becca finalmente il secondo più importante premio del Festival di Cannes perché Le Meraviglie di Alice Rohrwacher (nella foto) è splendido e splendidamente fatto. La Palma va al tanto acclamato Nuri Bilge Ceylan che già era stato elogiato per C'era Una Volta In Anatolia e qui non poteva non essere premiato (se non altro, per aver riportato in voga i film da tre ore). La giuria premia parimerito il più anziano e il più giovane regista in concorso: Jean-Luc Godard e il suo sperimentalismo narrativo da una parte, Xavier Dolan e i suoi venticinque anni e il suo film verticale dall'altra, applaudito da tutta la stampa e considerato ora “Palma morale”, motivo per cui, per la prima volta nella carriera del baby-regista, la sua pellicola avrà distribuzione italiana. Sorprende ma è pure giustissimo il Premio per l'Interpretazione Femminile a Julianne Moore, ma lei non c'è a ritirarlo, per Maps To The Sars, che magari le varrà il tanto bramato Oscar. L'attore maschile è Timothy Spall, come già si mormorò il primo giorno, feticcio di Mike Leigh e qui volto del pittore Turner. Il documentario co-diretto da Wim Wenders, presente anche per la rimasterizzazione de Il Cielo Sopra Berlino, si accaparra il Premio Speciale dell'Un Certain Regard e la menzione speciale FIPRESCI. Fanno scintille l'ucraino The Tribe alla Semain De La Critique e il francese Les Combattants alla Quinzane; un altro pezzo di Italia sale sul podio della Cinéfondation con Lievito Madre di Fulvio Risuleo, corto dal Centro Sperimentale di Cinematografia che guadagna il terzo posto della gara.
Di seguito e dopo il salto, tutti i vincitori.

in concorso
Palma d'Oro
Kış Uykusu (Winter Sleep) di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Francia e Germania)

Gran Premio
Le Meraviglie di Alice Rohrwacher (Italia)

Premio della Giuria (parimerito)
Mommy di Xavier Dolan (Francia & Canada)
Adieu Au Langage di Jean-Luc Godard (Svizzera)

sabato 24 maggio 2014

#Cannes: sulla nuda solitudine.



Maps To The Stars
id., 2014, USA, 111 minuti
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura originale: Bruce Wagner
Cast: Evan Bird, Robert Pattinson, Carrie Fisher, Julianne Moore,
Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Olivia Williams
Voto: 4.8/ 10
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La mappa del titolo è quella sorta di itinerario (abbastanza costoso) che si può fare in limousine, una volta arrivati ad Hollywood, per passare di fronte e di fianco alle ville delle celebrità; chiede informazioni Mia Wasikowska all'autista Robert Pattinson, che dopo due anni si siede sul sedile anteriore della macchina di Cosmopolis, senza cambiare il vero pilota – sarà ironico: tornerà a parlare e far sesso, per quel poco che lo vediamo, sempre in macchina. La Wasikowska si chiama Agatha, una grassa cicatrice sul collo e i guanti sempre presenti insieme alle calze lunghe per coprire le conseguenze di un'incendio; amica della vera Carrie Fisher, unica star a interpretare se stessa in questo manipolo di star(lette), troverà lavoro di “aiutante” presso Julianne Moore, imbiondita e lip-glossata fino a diventare il ritratto di Lindsay Lohan senza nemmeno troppi anni in più. La Moore, nella realtà quattro volte candidata all'Oscar senza mai aver toccato statuetta, nella finzione è un'attricetta alla deriva ossessionata dal fantasma della madre che la violentò, di cui vorrebbe interpretare il ruolo nel remake del film che la rese celebre, prima che un altro incendio se la portasse. Vive di terapia, difficoltà alimentari, isterismi, visioni, sesso non occasionale ma proprio casuale; sente citare P. T. Anderson (per il quale ha dato il meglio di sé) e pare non prendere effettivamente sul serio lo stereotipato ruolo. Eppure è lei che brilla, sovrana indiscussa della pellicola, in odore di un'altra candidatura all'Academy e unica a uscire a testa alta dalla sceneggiatura di Bruce Wagner, famoso per uno dei Nightmare e poco altro. Completa il corollario un baby-attore che si atteggia ad adulto, con le Adidas più grandi del suo avambraccio e sempre la stessa lattina in mano, quattordicenne già con problemi di droga e facilità all'omicidio. Quello che è successo a Drew Barrymore, Macaulay Culkin, alla famiglia Voight e ciò che si bisbiglia succeda dentro alle ville della California di cui persino una serie leggera come Devious Maids aveva parlato, viene preso pari pari e spiattellato su grande schermo con la telecamera fissa di chi guarda senza giudicare né intromettersi, coi campi e controcampi elementari, coi tanti dialoghi e le solitudini schizofreniche; ma è, questa, una sequenza illogica di vicende grottesche inaccettabili (John Cusack e Olivia Williams sono fratello e sorella, marito e moglie, genitori), che si sommano in un crescendo di incesti, omicidi, suicidi che non riescono ad essere nemmeno accettabilmente grottesche. David Cronenberg già alla deriva con A Dangerous Method, dopo i bei A History Of Violence e La Promessa Dell'assassino ha concentrato tutta la sua attenzione sul rapporto mente-corpo, malattia-lesionismo, condizione sociale-conseguenze personali: dal sesso violento di Jung a quello a pagamento di Eric Parker – di mezzo c'è sempre il corpo, la fisicità, il disturbo. Tutto, sullo sfondo, sembra sempre marcio, disgustoso, putrido, quel latente splatter de Il Pasto Nudo e de La Mosca. Ma questa volta siamo a Hollywood, le altre volte eravamo nell'Inghilterra di primo Novecento, nel post-futuro dell'alta società. Pare voglia trovare il rovescio della medaglie del glamour e dell'agiatezza, e invece ci conduce solo al sonno.

giovedì 5 dicembre 2013

pornhub.com.



Don Jon
id., 2013, USA, 90 minuti
Regia: Joseph Gordon-Levitt
Sceneggiatura originale: Joseph Gordon-Levitt
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore,
Tony Danza, Brie Larson, Glenne Headly,
Rob Brown, Jeremy Luke
Voto: 7.4/ 10
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A Jon, nella vita, importa di poche cose: i suoi bicipiti, il suo “bolide”, la sua “tana”, la famiglia, la chiesa, gli amici con cui guarda le partite/ mangia la pizza/ vota le ragazze nei locali in base al culo e/ o alle tette. In chiesa ci va ogni domenica, e si confessa prima di prendere la Comunione, raccontando quasi sempre la stessa solfa; dieci Avemaria, dieci Padrenostro e il peccato è subito tolto. Le preghiere, le fa in palestra, invece di contare le flessioni. I genitori li vede spesso a pranzo, ma il padre – in canottiera e con le vene pulsanti sul petto – urla così tanto col televisore e col figlio che lo stuzzica che non sentiamo quasi niente, e neanche la madre dalla cucina (una splendida ocheggiante Brie Larson; pare la famiglia de Il Lato Positivo in versione ghetto), e neanche la sorella che non alza la testa dal cellulare. Coi ragazzi esce quasi tutte le sere e tutte le sere in cui esce, Jon si porta a letto una tipa diversa. Ma ha questo problema: niente lo appaga più di un porno. Sì, scopa con tizie che vanno dall'8 in su, hanno un gran culo, due belle tette vere, ma poi mica gli succhiano il cazzo, e poi vogliono sempre fare il missionario e mai uno smorzacandela, per non parlare del venire in faccia, non sia mai!, sono così schizzinose...
Ecco, se Shame vi aveva sconcertato col pube (e la dote) di Fassbender in primo piano nella prima sequenza, questo, se siete come mia madre, vi fa uscire dalla sala dopo cinque minuti. Un incipit forte, che mischia desideri sessuali repressi e realizzati a esplicite ma non troppo immagini di film hard di cui il protagonista si nutre (fino a 35 alla settimana, con record di 11 al giorno, e ad ogni video è annessa una masturbazione). Joseph Gordon-Levitt sceneggiatore regista e interprete di questo film osa, senza esagerare, e dice la sacrosanta verità che chi guarda i porno e fa abbastanza sesso sa. Perché è sempre meglio dentro allo schermo?, o meglio: perché, una volta trovato il video giusto, stiamo male per il fatto che quelle cose a noi non succedono? Perché, come dice Julianne Moore, sono video in cui si fa finta, ché anche il cinema porno, come quello vero, a detta di Hitchcock è «come la vita, ma con le parti noiose tagliate», tipo l'arrivo del preservativo.
La scatola che contiene il materiale scottante è poi ciò che aggiunge intelligenza al film. Dimenticate lo Shame di cui prima fatto di eleganza e gente perbene. Qui siamo davanti a un moderno Padrino senza mafia né scagnozzi. Jon lavora nel «campo sociale», cioè fa il barista, e con la testa mezza rasata e la canottiera perenne fa a gara col padre a chi parla più sboccatamente, urla parolacce in macchina totalmente privo di pazienza e vive la religione come presenza ontologica che gli lega la croce al collo o allo specchietto dell'auto. Certe immagini del Cristo, ma soprattutto la Pizzeria Corleone, ci rendono chiaro il riferimento a quell'inarrivabile film. Ma mentre là le donne erano tenute in disparte, qui sono coatte pure loro, vestitini microscopici e chiacchiere sceme in discoteca. Regina sovrana è Scarlett Johansson, «un dieci» per tutti i maschi della pellicola tranne uno, che passa tutto il tempo a gesticolare con le unghie lunghissime e laccate e portarsi dietro i capelli piastrati, sempre stretta in jeans appariscenti e padrona della coppia che, come nei film che ama guardare (incantevole il cameo di Anne Hathaway e Channing Tatum), sarà destinata a scoppiare, ma non per fare la fine di quelle coppie dei film; menomale per noi spettatori: però peccato il finale frettoloso.