mercoledì 17 ottobre 2012

#Weirowins.



ParaNorman
id., 2012, USA, 92 minuti
Regia: Chris Butler & Sam Fell
Sceneggiatura originale: Chris Butler
Voci originali: Kodi Smit-McPhee, Anna Kendrick, Tucker Albrizzi,
Christopher Mintz-Plasse, Casey Affleck, Leslie Mann, Jeff Garlin
Voci italiane: Francesco Ferri, Lilian Caputo, Federico Bebi,
Alessio Nissolino, Alessandro Budroni, Monica Ward
Voto: 8.4/ 10
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Il film che vincerà il prossimo Oscar al lungometraggio animato (e sarebbe il primo per la giovane Laika, casa di produzione anche di Coraline che all'Oscar si candidò a suo tempo, dopo che Rango l'anno scorso con la neonata Nickelodeon Movies sbaragliò la concorrenza DreamWorks) (taccio sulla vittoria di Rango) arriva da noi in Italia esattamente due mesi dopo il debutto americano e fa un incasso discreto sia qua che là. Cosa che sorprende: 1) perché i film d'animazione originali dovrebbero, se Dio esistesse, incassare più delle porcate (taccio sulla definizione di “porcate”); 2) perché è un film d'animazione non facile, a livello di temi e impatto. Dimenticate i fiocchi di cotone bianco come neve lieve e i giorni di pioggia Andrea e Giuliano; qui ci sono le ossa fuori dalla carne viva, ci sono le mascelle allentate dal tempo che pendono sotto alle gengive ben visibili, ci sono tutta una serie di caricature corporee (nel popolo si intravedono Cher e Dolly Parton) poco accessibili agli adulti e ai loro figli. Di contro, ci sono i soliti personaggi della fiaba: un protagonista incompreso (Ariel, Mulan, lo stesso Rango, la più recente Merida) perché diverso dal gregge: mentre sua sorella parla al telefono delle tartarughe sugli addomi dei maschi e i suoi genitori conducono un'inesistente vita casalinga e mondana, Norman parla con sua nonna morta in salotto e guarda film dell'orrore girati negli anni '70 in televisione, si infila pantofole a forma di zombie, raccoglie in camera sveglie-lapidi e poster splatter, si lava persino i denti con qualcosa che esce da un teschio umano. Degli anni '70 che stavano per finire c'è molto: tutti i colori usati, dentro e fuori al televisore, i vitini strettissimi delle donne e la larghezza dei loro fianchi, l'ambientazione americana di periferia, il gusto nei suddetti manifesti, l'automobile di famiglia. Ma c'è, in realtà, tutta la modernità dei dilatatori alle orecchie e dei messaggi gratis al cellulare tra i giovanotti. In questa città di bulli e pupe il nostro Norman che vede le anime dei defunti per strada e con loro conversa proprio non viene capito, ed è un fatto bizzarro, dato che la città intera si fonda sulla storia di una strega e tutto il popolo è ossessionato da questa figura alla quale hanno innalzato statue e dedicato nomi di negozi. Norman è “quello strano” mentre Neil è “quello ciccione”, emarginati sociali che insieme a un metallaro e a un tonto palestrato finiranno per salvare la contea dall'annuale manifestarsi della maledizione.
Tra salti temporali e di scrittura e un paio (ma due contate) battute divertenti, nasce il suo Chris Butler e Sam Fell; il primo, firma anche la sceneggiatura (da solo) dopo aver lavorato in Disney (Tarzan, La Sposa Cadavere) mentre il secondo, già regista di Giù Per Il Tubo, si ferma alla regia. Regia che è notevole (e lodevole) per cosa lo schermo ci fa vedere e come (già alle prime pance si coglie la buona idea). Dall'altra parte della macchina da presa, invece, se così si può dire anche in questo caso, nella parte di Norman c'è questo Kodi Smit-McPhee che un horror l'ha già girato e ha girato, soprattutto, The Road con Viggo Mortensen, interpretando suo figlio, in pratica uno dei quattro unici attori della pellicola; c'è la candidata all'Oscar (per Tra Le Nuvole) Anna Kendrick, anche in 50/50 e Twilight; c'è il meraviglioso Casey Affleck in una veste che non vedremo mai più; Alex Borstein già voce di Lois ne I Griffin; John Goodman in un ruolo piccolo piccolo; Leslie Mann.
Il film va visto per: la cura con cui si rifà ai B-movies degli anni '70 e '80 e l'ironia che ci cuce sopra; la minuzia con cui è stato realizzato nel suo proto-stop motion (la bellezza di quelle stoffe, di quei tessuti, di quelle mani, di quelle pelli); la battuta finale di Mitch, che sfata un mito d'infanzia; i meravigliosi (quasi quanto queste altre locandine) titoli di coda.

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