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domenica 2 marzo 2014
the Lego movie/ the Oscars.
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giovedì 9 gennaio 2014
ASC e CDG awards - nominations.
Esistono i sindacati dei registi, degli sceneggiatori, dei produttori cinematografici, di cui si parla molto, ma esistono anche sindacati e associazioni per i lavoratori del campo tecnico-artistico; sono state annunciate le nominations ai 28esimi American Society of Cinematographers Awards, la società dei direttori della fotografia americani, e ai 16esimi Costume Designers Guild Awards, il sindacato dei costumisti. Mentre nel primo caso si assiste a un solo premio, che sarà dato a uno dei sette fotografi candidati (tutti prevedibili e in profumo di Oscar, tranne Le Sourd per The Grandmaster, presente qui a sorpresa, e Roger Deakins che pensavamo sarebbe stato molto più elogiato per Prisoners), i costumi si dividono nei tre diversi generi: film ambientati ai giorni nostri, film di un passato selezionato e pellicole fantasy. Pochi questi ultimi, con Hunger Games che forse merita più per le scenografie che per gli abiti e Il Grande E Potente Oz che dovrebbe perdere di fronte all'impero visivo de Lo Hobbit; sorprendenti i contemporanei: dall'orrido Walter Mitty all'austero Philomena, con Blue Jasmine che si basa su vestiti firmati avuti in prestito perché troppo più cari del budget complessivo del film. La sfida è tutta nei film storici, ambientati complessivamente dall'inizio alla fine del '900: dagli anni '20 de Il Grande Gatsby, che dovrebbe scintillantemente battere tutti, agli '80 di Dallas Buyers Club, passando per il film dell'anno 12 Anni Schiavo che in effetti potrebbe arruffare anche questo trofeo (è l'unico candidato anche alla fotografia).
Dopo l'interruzione, tutte le nominations.
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martedì 24 dicembre 2013
il figlio perduto di Philomena Lee.
Philomena
id., 2013, UK/ USA/ Francia, 98 minuti
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura non originale: Steve Coogan & Jeff Pope
Basata sul romanzo Philomena di Martin Sixsmith (Piemme)
Cast: Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark,
Mare Winningham, Barbara Jefford, Ruth McCabe, Peter Hermann
Voto: 8/ 10
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Già nel 2002 un film che si chiamava Magdalene raccontò la storia delle case religiose di accoglienza che all'epoca erano state appena chiuse (l'ultima risale al 1996) a causa dell'eccessivo fanatismo con cui educavano le ragazze “perse”: niente calmanti al momento del parto perché è Dio che vuole sofferenza. A questa sorte, anzi a sorte ancor più dolorosa perché il bambino le nasce podalico, e cioè coi piedi in avanti, è destinata la giovane Philomena Lee, sedotta a una fiera con mela caramellata e morsa in ricordo del peccato originale e poi abbandonata dai genitori nel convento di Roscrea per essere rimessa in riga. Sette giorni a settimana di lavoro in lavanderia e un'ora al giorno per vedere il figlioletto, tenuto insieme agli altri nella stanza delle adozioni. Costretta a quel luogo perché incapace di racimolare cento sterline e soprattutto isolata e senza un altro luogo da raggiungere, Philomena resta lì a scontare la sua pena intera, vedendo, tre anni dopo la nascita, il piccoletto preso e portato via da una famiglia americana. Tace su questa storia per cinquant'anni, anche ora che ha una figlia adulta e si è rifatta una vita. Ma l'immagine del bambino la perseguita e deciderà di mettersi sui suoi passi incontrando un giornalista che non lavora più in BBC e per un pettegolezzo più pesante degli altri si ritrova a non scrivere più di Storia Russa ma di Vita Vissuta.
La dame Judi Dench si abbassa a interpretare una semplice vecchia del popolo rimanendo però elegante e austera; incarna la contraddizione del cattolicesimo radicato nella formazione e dell'esperienza trentennale di infermiera grazie alla quale conosce la «bi-curiosità» e la morte di AIDS. Legge romanzetti rosa, si esalta nel raccontarne le trame, ride alle battute sbagliate e trova gentilezza e unicità in tutto. La sua – chiamiamola così – pacata ignoranza si sposa perfettamente con un passato di sofferenza e rimorsi che adesso la portano ad essere silenziosa (sulla sua vita) e algida, ma non rassegnata nel prossimo né malvagia verso gli altri: anzi. La Dench ha dipinto un ruolo femminile immenso, straordinario, senza sbavature, con degli abiti che completano la confezione impeccabile. Splende ancora di più di fianco al ben più scontato Steve Coogan, anche sceneggiatore della pellicola, irruento, irascibile, uno che rimpiange il non essere più in cima, perennemente arrabbiato, che guarda Philomena con occhio critico e poi si beccherà la lezione. È storia vera: nel 2009 Martin Sixsmith pubblicò Il Figlio Perduto Di Philomena Lee (in Italia Philomena, Piemme, 460 pagine, € 18,50) che racconta nel dettaglio la vicenda.
Il film viaggia su tre binari: quello della cattiva religione cieca e che acceca, che rende pecore tutte le anime al di sotto del pastore, costrette all'espiazione della colpa e inermi davanti all'autorità; poi il cattivo giornalismo, o meglio il giornalismo cinico e mirato alla vendita, alla pubblicazione, che strumentalizza le vicende per renderle più fruttuose e guadagnare un viaggio in prima classe; e la politica americana e la contraddizione per un omosessuale di servire un presidente che taglia i fondi alle cure di HIV nella piena ondata degli anni '80. Sul primo fronte: niente di nuovo, le suore con la bacchetta le abbiamo viste anche nei film con Virna Lisi su Canale 5 – ma questa volta il pensiero scava più a fondo, si fa esistenzialista e la risposta alla domanda «perché hai tenuto nascosto mio figlio mentre era sul punto di morte?» non convince né noi né il Signore; sul secondo fronte: niente di nuovo, il dimenticato film su Glass ci ha dimostrato come si possano inventare articoli interi per vendere copie di un giornale; sul terzo fronte, c'è un po' di novità – soprattutto perché si sfiora il tema della politica americana, dell'omosessualità e della malattia senza prendere una posizione né dare giudizio. Certo per Stephen Frears è facile: lui è inglese. E si sente la nostalgia di un suo film d'esordio, My Beautiful Laundrette – ma non fatemi parlare della filmografia di Frears sennò cadiamo nell'inspiegabile esistenza cinematografica di Tamara Drew.
venerdì 6 dicembre 2013
Satellite Awards - nominations.
Gli ex Golden Satellite Film Awards, privati dell'aggettivo dorato, sono i premi che ogni anno i 200 giornalisti della International Press Academy (anche conosciuta come IPA) assegnano al cinema e alla televisione nell'InterContinental Hotel di Century City, a Los Angeles, dal 1997, anno della prima cerimonia.
Questi 17esimi Satellite Awards vedono ancora una volta protagonista il film di Steve McQueen 12 Years A Slave che a quanto pare sarà tradotto in italiano 12 Anni Schiavo, che vanta quasi tutti gli attori, la colonna sonora, la fotografia ma, a sorpresa, non la regia (10 nominations in tutto). Poche meno (otto) per l'ormai attesissimo American Hustle, da noi a gennaio, in cui David O. Russell ri-raccoglie a sé tutti i suoi attori e Gravity, il kolossal spaziale che ci è piaciuto tantissimo e ha incassato altrettanto. Finalmente compare Philomena, resurrezione di Stephen Frears dopo il tremendo Tamara Drew, Leone d'Oro morale a Venezia 70, con un'immensa Judi Dench – che verrà magari battuta dalla Cate Blanchett di Blue Jasmin? Altro capolavoro, Inside Llewyn Davis conta solo 4 candidature tra cui la canzone originale, Dear Mr. President, meraviglia ironica cantata dal protagonista Oscar Isaac e Justin Timberlake (con vocalizzi di Adam Driver). Contro questa, Young And Beautiful di Lana Del Rey dal Grande Gatsby che, flop della critica, riceve solo qualche nomination artistica. Ma passando a ciò che ci interessa di più, La Grande Bellezza rientra in lizza anche qui per il miglior film straniero, con i soliti Il Sospetto, La Vita Di Adèle, Il Passato e The Broken Circle Breakdown che avrà titolo italiano Alabama Monroe - Una Storia D'amore – in più qualche pellicola esotica, oltre a La Bicicletta Verde: il sud-africano Four Corners, il serbo Circles e l'israeliano Bethlehm. Non ha competizione, tra i documentari, The Act Of Killing mentre tra i film d'animazione spunta, insieme al manipolo di produzioni USA, il dolce Ernest & Célestine sceneggiato da Daniel Pennac.
Bizzarro premio alla carriera per Ryan Coogler, 27enne regista e sceneggiatore di Fruitvale Station, Gran Premio della Giuria al Sundance e Premio del Pubblico, Miglior Opera Prima all'Un Certain Regard di Cannes e Miglior Opera Prima al New York Critics Circle. Con lui, ritirerà il premio già annunciato il cast di Nebraska di Alexander Payne.
Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i candidati.
Inside Llewyn Davis di Joel & Ethan Coen
12 Years A Slave di Steve McQueen
Philomena di Stephen Frears
American Hustle di David O. Russell
Gravity di Alfonso Cuarón
The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese
Saving Mr. Banks di John Lee Hancock
All Is Lost di J.C. Chandor
Blue Jasmine di Woody Allen
miglior regia
Ethan Coen & Joel Coen per Inside Llewyn Davis
Ron Howard per Rush
Martin Scorsese per The Wolf Of Wall Street
Paul Greengrass per Captain Phillips: Attacco In Mare Aperto
David O. Russell per American Hustle
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