lunedì 9 febbraio 2015

BAFTA 2015 - vincitori.



Un potente, lungo, serio, ironico discorso di Mike Leigh ha chiuso la cerimonia dei 68esima BAFTA, i British Academy Film And Television Awards che sono serviti, a due settimane dagli Oscar, a indirizzare meglio le nostre previsioni. Il Turner di Leigh è chiaramente fuori dalla competizione (nonostante una fotografia splendida e una cura maniacale per i costumi), e proprio su questo il regista inglese ha ironizzato, ringraziando comunque i BAFTAs per il premio “dei membri” potremmo dire, presentato da due emozionatissime delle sue attrici: «non ero mai salito su questo palco, è carino». Boyhood rimane il miglior film anche se il sindacato dei produttori ha premiato Birdman, e Richard Linklater il miglior regista – ma non c'è, e ritira il premio Ethan Hawke. Non c'è nemmeno Wes Anderson, miglior sceneggiatore originale per Grand Budapest Hotel, che vince anche la miglior scenografia, i costumi di Milena Canonero (che manco c'è), trucco & acconciature e colonna sonora: Alexandre Desplat la stessa sera ha vinto anche il Grammy per la stessa categoria per cui il Jóhann Jóhannsson de La Teoria Del Tutto scende al secondo posto nella scala dei favoriti insieme a – rullo di tamburi – Michael Keaton sconfitto anche questa volta, come Birdman tutto: unico premio, la sacrosanta fotografia di Emmanuel Lubezki, il genio, tra gli altri film, dietro The Tree Of Life. A La Teoria Del Tutto invece tre awards: la sceneggiatura non originale, strappata all'altro inglese dell'anno infinitamente meno meritevole, The Imitation Game, il miglior attore Eddie Redmayne (nella foto, con Felicity Jones e David Beckham) e il miglior film inglese. Degli inglesi, il miglior debutto è stato quello del produttore e dello sceneggiatore di Pride, cult anche nelle nostre affollate sale – e per il resto tutto come previsto, Julianne Moore, i Lego miracolati almeno in Inghilterra, Citizenfour tra i documentari e poi Ida che si riprende ciò che era suo fino a prima dell'incursione di Leviathan. Gioia infinita per Whiplash, ben tre premi: oltre al prevedibile J.K. Simmons anche miglior montaggio e miglior sound – ma l'Oscar andrà ad American Sniper. A sorpresa si accaparra un premio anche Interstellar, gli effetti visivi che avrebbero dovuto essere del Pianeta Delle Scimmie, e sempre a sorpresa Jack O'Connell, guardacaso inglese, protagonista di Unbroken, batte i ben più celebri Shailene Woodley e Miles Teller (furono insieme in The Spectacular Now) e Gugu Mbatha-Raw, che ha quattro film usciti solo quest'anno. Questo il sito ufficiale della cerimonia mentre di seguito e dopo l'interruzione tutti i candidati e i rispettivi vincitori.

miglior film
Birdman
Boyhood
Grand Budapest Hotel
The Imitation Game
La Teoria Del Tutto


miglior film inglese
'71
The Imitation Game
Paddington
Pride
La Teoria Del Tutto
Under The Skin


Grammy 2015 - visual media vincitori.



Con la performance di Take My Hand Precious Lord, sempre dal film Selma, Beyoncé (che giunge oggi a quota 20 premi in casa da spolverare) ha introdotto l'esibizione live di Common & John Legend per Glory, epica la canzone originale candidata all'Oscar epica la messa in scena dal vivo – ma non era in lizza ai 57esimi Grammy Awards, i numerosi premi della musica americana: il film di Ava DuVernay da cui è tratta è uscito troppo tardi (le nominations sono di dicembre). Motivo per cui c'erano ancora, tra le migliori canzoni originali candidate, I See Fire di Ed Sheeran, rimasto ancora a bocca asciutta, e The Moon Song di Spike Jonze e la leader degli Yeah Yeah Yeahs. Ma Frozen ha, prevedibilmente, avuto la meglio: oltre ai grammofoni per i due compositori di Let It Go Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez (nella foto) già Premi Oscar, il musical invernale Disney ha vinto anche il premio per la migliore soundtrack, il disco con brani cantati anche non originali ma ri-arrangiati; I'm Not Gonna Miss You di Glen Campbell non trionfa in questa categoria ma vince la miglior traccia country mentre Everything Is AWESOME!!! procede nel suo declino insieme ai suoi Lego dopo una partenza a febbraio piena di aspettative. Miglior colonna sonora quella di Alexandre Desplat (era ancora candidato Frozen, insieme a Saving Mr. Banks e l'Oscar Gravity relitti dell'anno scorso) per il Grand Budapest Hotel di Wes Anderson ma non è a L.A. perché per lo stesso lavoro, a Londra, vince il BAFTA. Desplat aveva già ricevuto un Grammy nel 2012 per Il Discorso Del Re, l'Oscar mai: giunto all'ottava nomination (ne ha raccolte otto in otto anni, e quest'anno fa doppietta grazie anche a The Imitation Game) è ormai certo che riceverà il premio dell'Academy. La lista completa dei vincitori dei Grammys è sul sito ufficiale mentre di seguito, dopo l'interruzione, le categorie cinematografiche e televisive.

giovedì 5 febbraio 2015

il tempo.



Jupiter
– Il Destino Dell'universo
Jupiter Ascending, 2015, USA, 127 minuti
Regia: Andy Wachowski & Lana Wachowski
Sceneggiatura originale: Andy Wachowski & Lana Wachowski
Cast: Mila Kunis, Channing Tatum, Sean Bean, Eddie Redmayne,
Douglas Booth, Tuppence Middleton, Nikki-Amuka Bird,
Christina Cole, Nicholas A. Newman, Ramon Tikaram, David Ajala
Voto: 4.8/ 10
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Un racconto fuori campo della prematura morte del padre, della fissazione per Stalin della russa madre, del desiderio di ricomprare un telescopio che fu rubato – ma di seconda mano, su eBay, perché Jupiter fa le pulizie in tre case al giorno per campare e tutte le mattine si sveglia alle quattro e mezzo dicendo: «odio la mia vita». Si lascia convincere dal cugino a donare ovuli con un nome falso e tu guarda il caso, il nome che dà è quello dell'umana tanto desiderata da un millenario alieno, che fa in modo che questa venga rapita; poi si scopre il tranello e tu guarda il caso, Jupiter si scopre ereditiera di un pianeta, goccia d'acqua della defunta madre degli Abraxas, antico casato intergalattico i cui tre discendenti adesso si fanno la guerra per avere più spazio nel cielo, e soprattutto più tempo – e il tempo è dato dalla longevità fornita dal corpo umano, ogni cento persone una fiala di lunga vita, ne consegue una coltivazione e mietitura di corpi che abbiamo già trovato in tutto il cinema dei fratelli Wachowschi, quelli-di-Matrix, come dice la locandina, perché dopo Matrix (dopo il primo Matrix, chiedete in giro a quanti è piaciuto il seguito) hanno subito un colpo basso dopo l'altro; eppure quello è stato uno spartiacque nel cinema sci-fi e nella modernità: primo esperimento di narrazione crossmediale (la storia proseguiva in videogiochi, corti animati, fumetti) è stato il trampolino di lancio per qualsiasi progetto futuro, e il futuro è stato Speed Racer, remake psichedelico di un anime buttato nel dimenticatoio il giorno dopo l'uscita; V Per Vendetta l'hanno consegnato nelle mani di John McTeigue, Invasion a Oliver Hirschbiegel e sono dovuti andare in Germania a reclutare un co-regista, Tom Tykwer (quello-di-Profumo), per dirigere l'atlante della filosofia del tempo Cloud Atlas: che tra alti e bassi si faceva comunque apprezzare, la cui unica pecca era stata presentarsi come un complicatissimo gioco a incastri narrativi decodificabili solo da schemi e alberi genealogici – quando a metà pellicola era tutto cristallino e quasi già detto. Consegnando le scene retrò a quell'altro, nella più grossa produzione indipendente della storia, i Wachowschi avevano diretto i tre episodi futuristici e con un perfetto filo conduttore si collegano da quelli a questo, che spazia tra lo skyline di Chicago ai varchi temporali dall'aspetto quasi desertico (chiaro riferimento a Dune, insieme ai reali interstellari) puntellandosi qui e là di scene d'azione. La prima, è talmente lunga che si finisce col domandarsi cosa preparare per pranzo domani, cosa faranno in televisione alla sera; le successive si concluderanno sempre con la venuta di Channing Tatum perennemente al momento giusto, quattro volte su quattro, pronto per salvare sua maestà Jupiter da capitomboli o pistole spaziali, tempismo che scatena in lei l'ormone al punto da renderla sfacciata (politicamente correttamente diremmo così) in modo da dare almeno un risvolto un po' saporito a questo personaggio insipido, sciapo, stretto nel corpo di Mila Kunis poco credibile come stura-cessi e che poveretta non azzecca un film da Il Cigno Nero. L'amato però si ritrae: perché è un ibrido mezzo lupo, perché è stato privato delle ali; il suo pizzetto biondo (chiaro omaggio alle boyband degli anni '90) catalizza tutta l'attenzione anche se mezzo film se lo fa senza maglia – ché Magic Mike 2 esce solo a settembre e in Foxcatcher ha una striminzita tutina da cui escono solo i capezzoli – e con stivali antigravitazionali e scudi trasparenti laser ci regala tutto ciò che abbiamo visto in tutti gli Spider-Man: la gente però al cinema chiede questo, altrimenti il film se lo guarda in streaming, e il duo di registi non si risparmia. Era stato chiesto loro uno script originale, che non fosse basato su libri o fumetti: attingono così alla propria adolescenza, quegli anni '80 di film nello-spazio dal kitsch estremo e dalle musiche epiche, e con un incipit frettoloso paro paro a Guardiani Della Galassia e con uno sviluppo blando supportato da dialoghi surreali sviluppano la solita storiella della terrestre che si scopre regina dell'universo ma deve scampare ai pericoli del cielo e poi torna a casa a vivere la sua vita rivalutandola. L'aver messo una donna come protagonista invece del solito uomo non eleva la cosa; soprattutto perché si fa una fatica madornale a carpire dettagli sul suo ruolo e sull'effettiva storia del mondo che il film finge di raccontarci. Terry Gilliam si riserva un cameo per ringraziare la citazione a Brazil nella più riuscita sequenza, le musiche di Michael Giacchino salutano da lontano quelle di John Williams per Lucas e Spielberg ma soprattutto alla fine sentiremo dire: «non sono tua madre» a Eddie Redmayne (unica decente prova d'attore visto anche che c'è un Oscar dietro l'angolo), per ribadirci forse che: non siamo davanti a Star Wars.

mercoledì 4 febbraio 2015

quattro sabotino.



Boxtrolls
- Le Scatole Magiche
The Boxtrolls, 2014, USA, 96 minuti
Regia: Graham Annable & Anthony Stacchi
Sceneggiatura non originale: Irena Brignull & Adam Pava
Basata sul romanzo Arrivano I Mostri! di Alan Snow (Mondadori)
Voci originali: Ben Kingsley, Jared Harris, Nick Frost,
Richard Ayoade, Tracy Morgan, Dee Bradley Baker,
Isaac Hempstead Wright, Elle Fanning, Steve Blum
Voci italiane: Massimo Lopez, Stefano Benassi, Renato Cecchetto,
Davide Lepore, Fabrizo Vidale, Roberto Gammino,
Andrea Di Maggio, Lucrezia Marricchi
Voto: 6.8/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film d'animazione
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Al terzo lungometraggio animato, la LAIKA di Coraline prosegue il suo percorso narrativo fatto di mostri e di incubi, di minacce fantasma e esseri ripugnanti: Paranorman era stato la vetta di questo universo di abitanti, visibili solo dal bislacco protagonista, omaggio a quei colori pop dei B-movies degli anni '70 – e al fucsia e al celeste fluo si sostituiscono adesso toni terrosi, ocra, il colore dei formaggi attorno ai quali ruota tutta questa storia, a partire dal nome della città, Pontecacio, in cui si aggira la minaccia di questi boxtrolls, esseri, mostriciattoli vestiti di scatole di cartone per alimenti, che di notte scendono in strada e rapiscono apparentemente bambini per disossarli e mangiarli. O almeno così si dice: l'unica creatura che hanno rapito, dieci anni fa, è stato un bambino che è tuttora vivo, e adesso vive e lavora come uno di loro nonostante il fisico né il linguaggio siano così similari. Uovo, dalla dicitura del cartone di cui si addobba, però, ha imparato a parlare a differenza di chi lo circonda: una serie di Minions brutti, incomprensibili ma con il valore aggiunto della riconoscibilità a partire dalla forma, dalla scatola che indossano, dal nome o da caratteristiche come la dentiera mobile. I boxtrolls in realtà non sono creature malvagie, non escono alla notte a rapire bambini: cercano pezzi di scarto, strumenti, ferraglie, perché sono degli ottimi costruttori. Si aggirano, per la città, anche gli accalappiatori di rosso vestiti, che raccolgono i folletti e li eliminano: il leader di questa gang vuole dimostrare agli abitanti di meritare la tuba bianca, il cappello a cilindro che lo eleverebbe sulla società facendolo sedere al tavolo della degustazione, tra quella classe dirigente che invece di preoccuparsi dei problemi del paese sperpera il denaro in prelibate forme di formaggio stagionato. Creature ripugnanti, cibi nauseabondi, rigurgiti, sanguisughe, bubboni, capigliature fetide e brutte dentature, brutti vestiti cenciosi, addirittura un travestismo molto poco riuscito: parrebbe un inseguimento all'orrido, a tutto ciò che un bambino nella propria fiaba non vorrebbe, sicuramente non un bambino femmina, sempre a sottolineare quel concetto per cui non va temuto il diverso se non lo si conosce, ma anche che non vanno presi per buoni quelli che dicono di esserlo solo perché lo dicono. Si insinua il solito rapporto padre-figlia in cui lui lavora troppo per ascoltarla e lei gli dimostra che esiste complicandogli la vita. Il popolo viene dipinto come massa, gregge inutile e burattino. Simon Pegg e Nick Frost, migliori amici nella vita, giungono alla sesta collaborazione cinematografica anche se hanno registrato le parti singolarmente; si aggiungono Elle Fanning, che ha in famiglia anche la voce di Coraline, Dee Bradley Baker, voce di Pesce e Ruota, che ha contribuito all'ideazione del linguaggio dei boxtrolls, e sir Ben Kingsley nella parte del cattivo, il cui alter-ego transvester Madame Frou Frou ha la voce canterina di Sean Patrick Doyle, abitué di Broadway che ha interpretato, tra gli altri musical, Il Vizietto. Il commento sonoro a tutto ciò è di Dario Marianelli, l'italiano di Orgoglio E Pregiudizio che, in quanto italiano, infila a più non posso un coretto nostrano che inneggia ai prodotti caseari di stagionatura lunga e non. Per questo, per lo stop-motion che vale sempre la pena e per il suo meta-epilogo in cui si tergiversa sulla fatica dell'essere animati, vale la pena guardarlo. Ma si finisce con un senso di strettezza, di claustrofobia, di paesaggi minuscoli: sentimento che si allarga al film.

storia di braccia e di gambe.



Dragon Trainer 2
How To Train Your Dragon 2, 2014, USA, 102 minuti
Regia: Dean DeBlois
Sceneggiatura non originale: Dean DeBlois
Basata sulla serie Le Eroiche Disavventure
Di Topicco Terribilis Totanus III di Cressidra Cowell (Mondadori)
Voci originali: Jay Baruchel, Cate Blanchett, Gerard Butler,
Craig Ferguson, America Ferrera, Jonah Hill, Kristen Wiig,
Djimon Hounsou, Christopher Mintz-Plasse
Voci italiane: Flavio Aquilone, Francesca Fiorentini, Roberto Draghetti,
Carlo Valli, Maria Letizia Scifoni, Alessio Nissolino,
Massimo Corvo, Gabriele Patriarca
Voto: 7.9/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film d'animazione
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Cinque anni dopo la battaglia definitiva fra draghi e vichinghi, nella città di Berk adesso vige l'equilibrio tra le due specie, al punto che ogni umano “possiede” una creatura alata, utile spesso al lavoro, facile da tenere a bada nel caso d'incendio grazie alla trovata del secchio d'acqua sopra alla porta. Hiccup, figlio del leader del villaggio, privato della gamba dalla sua furia buia Sdentato a cui in compenso ha strappato parte della coda, alla notizia di dover succedere al padre scappa come suo solito in avanscoperta, a esplorare territori limitrofi e sconosciuti, e si imbatte in una serie di cacciatori capeggiati da tale Drago che, insieme al suo lucertolone alfa, riesce ad avere il controllo e il potere delle bestie. Interverrà una bizzarra creatura primitiva, una donna riportata allo stato primordiale di armonia tra uomo e animale e natura – e questa donna è sua madre, che si pensava fosse stata divorata dai draghi e invece ha costruito un rifugio per essi abbandonando il marito e il figlio Hiccup a cui adesso spunta una peluria di barba. Servirà anche lei per fronteggiare il cattivo di turno, insieme a tutti i guerrieri del villaggio. Il sequel dell'osannato Dragon Trainer perde uno dei suoi registi e sceneggiatori, Chris Sanders, che, impegnato con I Croods, figura comunque tra i produttori di questo film. Dean DeBlois – il regista rimasto solo – chiese a Cate Blanchett di interpretare il ruolo di Valka nel secondo film, durante una delle cerimonie di premiazione del 2011 dove il precedente lungometraggio faceva incetta, e l'attrice sorrise dicendo che era stato un successo in casa sua, fra i suoi tre figli; Valka avrebbe dovuto essere, inizialmente, il cattivo della storia, e Drago il cattivo del secondo sequel, ma i personaggi sono stati scalati indietro. Il ritorno della figura materna rappresenta uno di quei territori minati, difficilissimi e inesplorati dell'animazione, che qui figurano tra i tanti altri: la perdita di arti, la morte improvvisa, il perdono di chi si ama e addirittura l'omosessualità: Skaracchio è il primo personaggio apertamente gay in un cartoon Dreamworks; tutt'altro che stereotipo, risponde: «ecco perché non mi sono mai sposato» al ritorno di Valka, e aggiunge: «per questo e per un'altra ragione», lasciando cadere ai dubbi il senso ultimo della frase. Il regista ha però dichiarato a E! che è stata l'improvvisazione di Craig Ferguson a proseguire nel discorso, «come al suo solito». Come al solito poi non ci sono titoli di testa: il titolo compare solo alla fine del film, forse a voler rendere immersiva la visione che non parte dove l'avevamo lasciata ma salta cinque anni che ci vengono subito riassunti e che verranno ripresi nell'epilogo. Dopodiché, tutto come si deve: l'aggiunta di nuovi eroi, di nuove minacce, di vecchi guerrieri, di qualche rinuncia e di una fine serena. La gamba persa dal protagonista era una coraggiosa trovata forse figlia di quel Sanders dipartito, che con DeBlois aveva diretto perle di originalità quali Lilo & Stitch. Se sul versante narrativo niente di nuovo non si può dire lo stesso per l'animazione, impeccabile, spettacolare, dalla superficie del mare alle fattezze dei draghi più grandi, fino all'ultima realistica espressione del protagonista, eletto capo di Berk, vicino alla commozione. Per lui e per la sua ritrovata madre vengono sacrificati tutti i personaggi limitrofi, a partire dalla morosina – si lascia spazio solo all'infatuazione di una dei gemelli per un cattivo-buono dai muscoli contratti. Proprio i giovani, i cuccioli di drago, i più piccoli saranno la rivalsa della pellicola: gli unici ancora puri, privi di coscienza plasmabile, che possono salvare il villaggio. La morale è sempre nelle diversità a cui guardare con occhio intelligente. Grazie a Dio lo si fa con meno banalità del solito.

martedì 3 febbraio 2015

premi dei sindacati - candidati & vincitori.



I sindacati cinematografici americani sono quella cerchia di esperti, persone competenti e del settore, che di anno in anno si candidano e si premiano nelle varie sezioni di cui è composta la settima arte – dalle acconciature al trucco fino ai dialoghi dedotti da materiale preventivamente pubblicato e ancora montaggio e mixaggio sonoro, effetti visivi di tutti i tipi e per tutte le nature di pellicole, sceneggiature originali e adattate, scenografie, fotografie, costumi – e rappresentano, sempre, il faro maggiore da seguire se si vuole anticipare la fatidica notte finale degli Oscar, dato che spesso la giuria è composta da gran parte degli stessi elementi. Dopo gli Screen Actors Guild, un altro premio è stato consegnato ed è quello ai produttori (per film, animazione e documentario), e il premio ai produttori è il premio al film, perché i produttori sono quelli che ci mettono i soldi, e sorprendentemente il vincitore non è il tanto celebrato Boyhood ma Birdman – il vero, l'unico film dell'anno – per cui adesso le nostre previsioni si spostano in attesa di conferme future (dai BAFTA ad esempio, dove scopriremo anche se Birdman continuerà a vantare il suo miglior attore oppure se avrà la meglio Eddie Redmayne), e in attesa di tutte le altre consegne dei settori. The Imitation Game (Scripter Award), Gone Girl, La Teoria Del Tutto, spesso Whiplash, a volte Vizio Di Forma, i film sono sempre gli stessi e si susseguono nelle loro categorie (per i fantasy capeggiano Captain American, Il Pianeta Delle Scimmie, Guardiani Della Galassia, Interstellar; per l'animazione The Lego Movie, Boxtrolls, Big Hero 6 – eppure Dragon Trainer 2 è il front-runner), compare addirittura Il Capitale Umano per il miglior montaggio sonoro in un film non in lingua inglese. Ma l'attenzione va alle cose serie, e cioè la regia: senza il Bennett Miller di Foxcatcher e con il Clint Eastwood di American Sniper, il DGA è il più grande anticipatore dell'Oscar (fece eccezione Ben Affleck per Argo, l'anno in cui Kathryn Bigelow era stata osannata – non fu candidato nessuno dei due) e verrà annunciato il 7 febbraio. Assegnato anche il premio ai montatori: Boyhood da una parte e Grand Budapest Hotel dall'altra, che si becca anche le migliori scenografie d'epoca; tra i documentari senza particolari sorprese continua la sua avanzata Citizenfour. Di seguito, dopo l'interruzione, la lunga lunghissima lista di tutti i sindacati e di tutti i candidati e di quei vincitori già annunciati.

il fantasma dell'opera.



Birdman
O (L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Birdman Or (The Unexpected Virtues Of Ignorance),
2014, USA/ Canada, 119 minuti
Regia: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura originale: Alejandro González Iñárritu,
Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo
Cast: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Amy Ryan,
Andrea Risebourgh, Emma Stone, Naomi Watts, Merritt Wever, Kenny Chin
Voto: 9.7/ 10
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Candidato a 9 Premi Oscar:
film, regia, sceneggiatura originale, attore,
attrice non protagonista, attore non protagonista,
fotografia, montaggio sonoro, mixaggio sonoro
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La ormai centenaria tradizione cinematografica si staccò dall'eredità teatrale per poi tornarci, e imbastire opere di meta-cinema o anche meta-teatro a partire, mi viene in mente, da Eva Contro Eva e dal suo più recente pronipote Sils Maria, passando per, mi viene in mente, Tutto Su Mia Madre che pure gli era parente o anche La Sera Della Prima di Cassavetes. Il lavoro dell'attore, che è interpretato da un attore cinematografico che si cala nei panni di un attore teatrale, vive così su un binario doppio, sempre sull'orlo del biografismo, della confusione tra personaggio e interprete, e in questo senso il meta-cinema qui tocca le vette del dubbio perché il protagonista Riggan Thompson è reduce da anni di silenzio post-successo della trilogia di un supereroe, il Birdman del titolo, mascherato e alato e con poteri speciali di cui Riggan si porta dietro uno strascico, insieme a uno strascico di voce di coscienza. Il suo interprete Michael Keaton, Golden Globe come miglior attore ma non Actor Award, e con un Oscar in dubbio, fu Batman quando i supereroi al cinema non erano pane quotidiano e quel ruolo gli diede fama e successo e lo costrinse pure a un isolamento, interrotto adesso dalla volontà di dimostrare di saper recitare in un'opera autoriale, e così Riggan scrive l'adattamento per il palcoscenico di Di Cosa Parliamo Quando Parliamo D'amore di Carver, e se lo dirige e se lo interpreta chiamando a produrre un caro amico e a interpretare una calda amante e a sovraintendere una difficile figlia; succede che alla sera dell'anteprima viene meno un attore, bisogna sostituirlo in fretta, e qui entra in scena Edward Norton: quell'Edward Norton che fu Hulk con grossi disagi e si tirò fuori dalle produzioni Marvel dei Fantastici 4: qui fa lo stesso, semina tempesta, palesa il suo talento ma lo annaffia con spasmi erotici, erezioni in scena, botte nei camerini, vanità nei bar frequentati dai più rinomati critici teatrali. Addirittura inizierà una tresca con big-eyes Emma Stone, la “figlia d'arte”, uscita fresca dalla riabilitazione e con trattini sulla carta igienica come passatempo, figlia dei fenomeni virali che si spostano da YouTube a Twitter tra like e followers. Questo film non poteva uscire in un periodo migliore, in una condizione e in un contesto migliori: i mostri di ferro che minacciano le strade americane e i personaggi in tuta che volando salvano il mondo, gli attori meteora che sopravvivono con ridicoli video in mutande tra la folla, la decadenza del teatro relegato alla borghesia adulta snob a priori, l'importanza della stampa, di Broadway, dove chiunque sogna di mettere piede sapendo che il suo nome verrà dimenticato ma quello del Fantasma Dell'opera, in cartellone da lustri, e ovunque in queste strade, no. Perché il film è tutto in queste strade: nei camerini, sul palco, nella piazzetta retrostante, sul tetto. Perché il film si consuma in due, tre giorni e si costruisce su un unico pianosequenza sempre facendo riferimento a quella centenaria tradizione cinematografica che ha visto tentativi hitchcockiani (mi viene in mente, Nodo Alla Gola) non portati a termine per problemi tecnici o più recentemente esotici (L'arca Russa) quando forse l'esempio più calzante è, mi viene in mente, nelle Nove Vite Da Donna di Rodrigo Garcìa che sapientemente analizzava le giornate umane in riprese uniche che se la sbrigavano, ad esempio, con molti specchi. Tutto quindi è un contrasto: il cinema e il teatro, il teatro e i supereroi, l'essere e l'apparire e il farsi amare o farsi apprezzare che si confondono, in questa sete infinita di attenzioni che tutti in questo film hanno, perfino Naomi Watts, piccola parte ma brillante, desiderosa di dimostrare al pubblico che merita quel posto ma disgustata dall'essere adulata fisicamente. Il pianosequenza non è ovviamente reale, ma attraverso una meticolosa regia studiata a tavolino durante la scrittura a otto mani da Alejandro G. Iñárritu & Co., regia che ricorda quella a puzzle di Gravity dell'anno scorso, unisce lunghe riprese che hanno costretto gli interpreti a imparare pagine e pagine di copione e riporta quella condizione effettivamente teatrale dell'interruzione che non c'è, dell'assente montaggio – montaggio che invece c'è ma non si vede, aiutato da qualche effetto speciale. Finalmente un film originale – originale nel senso di diverso dal solito e originale nel senso di non scritto su un personaggio reale, un evento storico, un fumetto – finalmente un film americano ma non americanocentrico, un film sul film non come  che pure aveva un dilemma di protagonista ma un film sulla messa in scena che è universale, universalmente riconosciuta e comprensibile, con una serie di epiloghi, come , che sottolineano il dubbio e il grado di finzione dell'opera.