venerdì 6 dicembre 2013

Satellite Awards - nominations.



Gli ex Golden Satellite Film Awards, privati dell'aggettivo dorato, sono i premi che ogni anno i 200 giornalisti della International Press Academy (anche conosciuta come IPA) assegnano al cinema e alla televisione nell'InterContinental Hotel di Century City, a Los Angeles, dal 1997, anno della prima cerimonia.
Questi 17esimi Satellite Awards vedono ancora una volta protagonista il film di Steve McQueen 12 Years A Slave che a quanto pare sarà tradotto in italiano 12 Anni Schiavo, che vanta quasi tutti gli attori, la colonna sonora, la fotografia ma, a sorpresa, non la regia (10 nominations in tutto). Poche meno (otto) per l'ormai attesissimo American Hustle, da noi a gennaio, in cui David O. Russell ri-raccoglie a sé tutti i suoi attori e Gravity, il kolossal spaziale che ci è piaciuto tantissimo e ha incassato altrettanto. Finalmente compare Philomena, resurrezione di Stephen Frears dopo il tremendo Tamara Drew, Leone d'Oro morale a Venezia 70, con un'immensa Judi Dench – che verrà magari battuta dalla Cate Blanchett di Blue Jasmin? Altro capolavoro, Inside Llewyn Davis conta solo 4 candidature tra cui la canzone originale, Dear Mr. President, meraviglia ironica cantata dal protagonista Oscar Isaac e Justin Timberlake (con vocalizzi di Adam Driver). Contro questa, Young And Beautiful di Lana Del Rey dal Grande Gatsby che, flop della critica, riceve solo qualche nomination artistica. Ma passando a ciò che ci interessa di più, La Grande Bellezza rientra in lizza anche qui per il miglior film straniero, con i soliti Il Sospetto, La Vita Di Adèle, Il Passato e The Broken Circle Breakdown che avrà titolo italiano Alabama Monroe - Una Storia D'amore – in più qualche pellicola esotica, oltre a La Bicicletta Verde: il sud-africano Four Corners, il serbo Circles e l'israeliano Bethlehm. Non ha competizione, tra i documentari, The Act Of Killing mentre tra i film d'animazione spunta, insieme al manipolo di produzioni USA, il dolce Ernest & Célestine sceneggiato da Daniel Pennac.
Bizzarro premio alla carriera per Ryan Coogler, 27enne regista e sceneggiatore di Fruitvale Station, Gran Premio della Giuria al Sundance e Premio del Pubblico, Miglior Opera Prima all'Un Certain Regard di Cannes e Miglior Opera Prima al New York Critics Circle. Con lui, ritirerà il premio già annunciato il cast di Nebraska di Alexander Payne.
Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i candidati.

miglior film
Inside Llewyn Davis di Joel & Ethan Coen
12 Years A Slave di Steve McQueen
Philomena di Stephen Frears
American Hustle di David O. Russell
Gravity di Alfonso Cuarón
The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese
Saving Mr. Banks di John Lee Hancock
All Is Lost di J.C. Chandor
Blue Jasmine di Woody Allen

miglior regia
Ethan Coen & Joel Coen per Inside Llewyn Davis
Ron Howard per Rush
Martin Scorsese per The Wolf Of Wall Street
Paul Greengrass per Captain Phillips: Attacco In Mare Aperto
David O. Russell per American Hustle

giovedì 5 dicembre 2013

31TFF: All Is Lost.



All Is Lost - Tutto è Perduto
All Is Lost, 2013, USA, 106 minuti
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura originale: J.C. Chandor
Cast: Robert Redford
Voto: 7.9/ 10
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Tutto è perduto già dall'inizio. Qualcosa galleggia nell'acqua e Robert Redford («un film intero solo con Robert Redford? Ma non è super-vecchio?») ci dice fuori campo le uniche parole che ci dirà per tutto il film: c'ha provato, ad essere una persona buona, una persona migliore, ha provato a resistere, ma non ce l'ha fatta, e ciò che galleggia ne è la prova.
Tutto è perduto, per cui, anche nella seconda scena: il presagio triste e l'incipit ci hanno svelato un finale che pare imminente. Unico passeggero della sua barca, Redford – di cui non sapremo mai niente, né nome né provenienza né altre informazioni se non il pacchiano anello che ha al dito – si vedrà un carico caduto di scarpe probabilmente cinesi sfondargli il fianco dell'imbarcazione che lentamente e in modo abbastanza realistico riparerà con colla e rete d'uso, calandosi con l'imbracatura, svuotando la cuccetta dall'acqua entrata. La sua barca è la borsa di Mary Poppins: ha tutto per ogni evenienza, tira fuori sempre ogni accessorio, è pronto a ogni cosa, conosce qualsiasi trucco per farcela, marinaio navigato, ed effettivamente, fino all'ultimo istante, riesce a farcela. Gli succederà che una tempesta lo travolgerà in pieno, il gommone di salvataggio avrà un buco, gli s'allagherà tutto, addirittura s'incendierà qualcosa, e mai nessuna nave di passaggio si accorgerò della sua presenza, nonostante i bengala, i razzi, i fuochi segnalatori, né la radio capterà il segnale utile per chiedere aiuto. Insomma un bastimento di sfiga, al punto da risultare grottesco all'ultima sciagura tanto che una signora in sala è scoppiata a ridere gridando «non è possibile!». Poco prima dell'ambiguo finale, «ambiguissimo» hanno commentato in molti, il finale giusto per un'epopea tremenda, che ti lascia l'amaro in bocca perché non sai se va così in vita o in morte, se la scena iniziale si riferisce a qualcosa di precedentemente registrato o no.
Diventando poi anche esperto cartografo, munito di mappe e manuali e strumenti di misurazione per segnare precisamente la sua posizione nell'Oceano Indiano, Redford diventa clone – mentre in sala c'è un'altra storia di mare, In Solitario, e c'è appena stato il piratesco Captain Phillips – dell'indiano Pi del film di Ang Lee. Solo che quello, decisamente più spettacolare, viveva il mare solo in una parte del suo svolgimento e aveva più ospiti, e soprattutto si sviluppava in un arco di tempo più ampio senza mai farci perdere le speranze pur vedendo lo smagrimento del viso e la barba incolta. E anche quello aveva il doppio finale. Ma a J.C. Chandor, regista alla sua seconda prova passata da Cannes e adesso attesissima nelle nostre sale, abbiamo capito che piace fotografare l'istante, il momento, l'episodio strappato allo svolgimento. L'aveva già fatto con il premiatissimo e osannato Margin Call, racconto della notte del crollo finanziario con un cast gigantesco – in cui figurava anche Zachary Quinto che di questo film è produttore – rendendo il lato umano degli agenti di borsa, le disperazioni composte e trattenute; lo fa ancora, concedendoci un'unica scena in cui Redford effettivamente scoppia in lacrime, conscio di ciò che potrebbe accadere. Ma incentrare un film in un solo avvenimento, con un solo attore, senza nemmeno un dialogo (cosa che va molto di moda di questi tempi) non era impresa difficile: e questo film pur imperfetto (negli stacchi del montaggio, in qualche ripresa) ci riesce, senza mai annoiare.

pornhub.com.



Don Jon
id., 2013, USA, 90 minuti
Regia: Joseph Gordon-Levitt
Sceneggiatura originale: Joseph Gordon-Levitt
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore,
Tony Danza, Brie Larson, Glenne Headly,
Rob Brown, Jeremy Luke
Voto: 7.4/ 10
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A Jon, nella vita, importa di poche cose: i suoi bicipiti, il suo “bolide”, la sua “tana”, la famiglia, la chiesa, gli amici con cui guarda le partite/ mangia la pizza/ vota le ragazze nei locali in base al culo e/ o alle tette. In chiesa ci va ogni domenica, e si confessa prima di prendere la Comunione, raccontando quasi sempre la stessa solfa; dieci Avemaria, dieci Padrenostro e il peccato è subito tolto. Le preghiere, le fa in palestra, invece di contare le flessioni. I genitori li vede spesso a pranzo, ma il padre – in canottiera e con le vene pulsanti sul petto – urla così tanto col televisore e col figlio che lo stuzzica che non sentiamo quasi niente, e neanche la madre dalla cucina (una splendida ocheggiante Brie Larson; pare la famiglia de Il Lato Positivo in versione ghetto), e neanche la sorella che non alza la testa dal cellulare. Coi ragazzi esce quasi tutte le sere e tutte le sere in cui esce, Jon si porta a letto una tipa diversa. Ma ha questo problema: niente lo appaga più di un porno. Sì, scopa con tizie che vanno dall'8 in su, hanno un gran culo, due belle tette vere, ma poi mica gli succhiano il cazzo, e poi vogliono sempre fare il missionario e mai uno smorzacandela, per non parlare del venire in faccia, non sia mai!, sono così schizzinose...
Ecco, se Shame vi aveva sconcertato col pube (e la dote) di Fassbender in primo piano nella prima sequenza, questo, se siete come mia madre, vi fa uscire dalla sala dopo cinque minuti. Un incipit forte, che mischia desideri sessuali repressi e realizzati a esplicite ma non troppo immagini di film hard di cui il protagonista si nutre (fino a 35 alla settimana, con record di 11 al giorno, e ad ogni video è annessa una masturbazione). Joseph Gordon-Levitt sceneggiatore regista e interprete di questo film osa, senza esagerare, e dice la sacrosanta verità che chi guarda i porno e fa abbastanza sesso sa. Perché è sempre meglio dentro allo schermo?, o meglio: perché, una volta trovato il video giusto, stiamo male per il fatto che quelle cose a noi non succedono? Perché, come dice Julianne Moore, sono video in cui si fa finta, ché anche il cinema porno, come quello vero, a detta di Hitchcock è «come la vita, ma con le parti noiose tagliate», tipo l'arrivo del preservativo.
La scatola che contiene il materiale scottante è poi ciò che aggiunge intelligenza al film. Dimenticate lo Shame di cui prima fatto di eleganza e gente perbene. Qui siamo davanti a un moderno Padrino senza mafia né scagnozzi. Jon lavora nel «campo sociale», cioè fa il barista, e con la testa mezza rasata e la canottiera perenne fa a gara col padre a chi parla più sboccatamente, urla parolacce in macchina totalmente privo di pazienza e vive la religione come presenza ontologica che gli lega la croce al collo o allo specchietto dell'auto. Certe immagini del Cristo, ma soprattutto la Pizzeria Corleone, ci rendono chiaro il riferimento a quell'inarrivabile film. Ma mentre là le donne erano tenute in disparte, qui sono coatte pure loro, vestitini microscopici e chiacchiere sceme in discoteca. Regina sovrana è Scarlett Johansson, «un dieci» per tutti i maschi della pellicola tranne uno, che passa tutto il tempo a gesticolare con le unghie lunghissime e laccate e portarsi dietro i capelli piastrati, sempre stretta in jeans appariscenti e padrona della coppia che, come nei film che ama guardare (incantevole il cameo di Anne Hathaway e Channing Tatum), sarà destinata a scoppiare, ma non per fare la fine di quelle coppie dei film; menomale per noi spettatori: però peccato il finale frettoloso.

mercoledì 4 dicembre 2013

Film Independent Spirit Awards - nominations.




Sono state annunciate mercoledì scorso le nominations ai 29esimi Independent Spirit Awards che, come da titolo, premiano il miglior cinema indipendente d'America e del mondo anche se, col passare degli anni, hanno cominciato a considerare indipendente un po' troppa roba; perciò vediamo il drammone biografico di Steve McQueen 12 Years A Slave (7 nominations) che dopo il successo mondiale di Shame proprio un piccolo film non è, così come Nebraska di Alexander Payne, 6 candidature, reduce dal successo e dall'Oscar per Paradiso Amaro – e quanto è meraviglioso questo nuovo, prima sceneggiatura di Bob Nelson, candidato contro Joseph Gordon-Levitt per Don Jon; già si riducono le dimensioni con All Is Lost, 4 nominatons tra cui l'azzeccata fotografia che resta coerente nelle scene sopra e sotto l'acqua (i direttori sono due diversi). Ma forse il meno indipendente è anche il più incredibile, Inside Llewyn Davis, perla dei fratelli Coen con un bravissimo Oscar Isaac che recita e canta e rincorre i gatti; anche qui nomination alla fotografia contro Computer Chess che era fuori concorso a Torino (candidato al miglior film a basso budget) e a sorpresa Spring Breakers di Harmony Korine. Il mio Frances Ha si ritrova nella cinquina dei migliori film e poi soltanto nel montaggio: niente elogi per l'interpretazione della Gerwig o la sua sceneggiatura; la sovrasta Cate Blanchett, elogiatissima in Blue Jasmine di Woody Allen (insieme a Sally Hawkins) che pure si ritrova ad essere indipendente al fianco di, per esempio, Short Term 12 di Destin Cretton (incetta di premi a Locarno, soprattutto per Brie Larson) e The Spectacular Now con una nuova Shailene Woodley premiata al Sundance. Ma soprattutto: ci siamo anche noi. La Grande Bellezza è uno dei migliori film stranieri insieme a La Vita Di Adèele, l'ormai antico Il Sospetto, il cinese Il Tocco Del Peccato attualmente nelle nostre sale e soprattutto il bel Gloria cileno. Si accende una speranza, soprattutto dopo la conversazione agli Oscar che il nostro Toni Servillo ha tenuto poco fa.
Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i candidati.

miglior film
12 Years A Slave di Steve McQueen
All Is Lost di J.C. Chandor
Frances Ha di Noah Baumbach
Inside Llewyn Davis di Joel & Ethan Coen
Nebraska di Alexander Payne

miglior regista
Shane Carruth per Upstream Color
J.C. Chandor per All Is Lost
Steve McQueen per 12 Years A Slave
Jeff Nichols per Mud
Alexander Payne per Nebraska

31TFF: storia di un riparatore.



The Repairman

id., 2013, Italia, 89 minuti
Regia: Paolo Mitton
Sceneggiatura originale: Paolo Mitton & Francesco Scarrone
Cast: Daniele Savoca, Hannah Croft, Paolo Giangrasso,
Francesca Porrini, Fabio Marchisio, Irene Ivaldi
Voto: 8.1/ 10
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Commedia brillante – come si usa dire a teatro; opera prima (tenerissima la presenza in sala degli amici dell'attore protagonista) di un regista piemontese (Paolo Mitton) che ha scelto il manifesto sbagliato e il titolo sbagliato per un film che promette poco e regala allo spettatore tantissimo, e il pubblico di Torino ha apprezzato. Storia a incastri ben stesa, con un gioco di livelli narrativi multipli che stanno in piedi senza sbavature e anzi, con non pochi piccoli dettagli che rendono deliziosa la confezione. Si comincia con la telefonata di un decesso, mentre un uccello pure muore, colpito dalle scariche elettriche dei fili sopra alla strada; fili che saranno protagonisti della parte finale. Scanio (un azzeccatissimo Daniele Savoca tutto barba e focaccine), voce fuori campo e titolo del primo capitolo e nome del protagonista, chiamato universalmente A-scanio a cui lui strappa ogni volta la A, ha lasciato Ingegneria perché gli è morto il padre e adesso lavora come riparatore (da qui il titolo) di complessi marchingegni tipo la multi-macchina da caffè di una ditta. Ha una combriccola di amici, che tendenzialmente ridono della sua nullafacenza e della sua solitudine. Lui è un ingegnere, quindi un po' perennemente fuori luogo, impacciato con le donne. Nella prima metà, ci si sganascia dal ridere: una battuta dopo l'altra, ogni scena è comica (ma senza scadere mai nella gag nonsense e assolutamente mai volgare, come il nostro cinema crede invece debba essere una commedia). Poi la storia si fa seria, e il tono si abbassa un po': arriva una ragazza, una convivenza a sorpresa, il lavoro se ne va ma lo spirito gaio di affrontare la vita, più o meno, resta. Il tutto narrato attraverso scatole cinesi da cui si entra e si esce, sempre col sorriso, sebbene lentamente l'ilarità diminuisca con l'avvicinarsi della prevedibile rottura (sul lavoro, in amore, in casa). I problemi della vita, quando si sommano, demotivano e abbassano gli angoli della bocca. In questo esordio silenziosissimo tutto sorprende: la bravura e la naturalezza degli attori, sconosciutissimi fino ad oggi; la fotografia coerente e non amatoriale; la trama, realistica e attuale (che a Virzì è forse piaciuta per la vicinanza vicinissima con Tutti I Santi Giorni) sulla precarietà del lavoro, del denaro, degli affetti, sulla quale (precarietà) comunque si sorride senza sangue amaro. Ma soprattutto la sceneggiatura, quasi impeccabile, ben pensata e ben portata a termine.
Non si incastrano perfettamente la prima e l'ultima scena; ma è un difetto che lasciamo correre in quello che è stato unanimemente considerato il più interessante esordio dell'anno.

martedì 3 dicembre 2013

Oscar conversation.


little miss summer.



C'era Una Volta Un'estate
The Way, Way Back, 2013, USA, 103 minuti
Regia: Nat Faxon & Jim Rash
Sceneggiatura originale: Nat Faxon & Jim Rash
Cast: Liam James, Toni Collette, Steve Carell, Allison Janney,
AnnaSophia Robb, Sam Rockwell, Maya Rudolph,
Rob Corddry, Amanda Peet, Nat Faxon, Jim Rash
Voto: 7/ 10
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Non è un furgoncino giallo ma è una macchina quasi-d'epoca. Ci sono, dentro, due donne che dormono e due uomini svegli, ma uno guarda la strada in avanti e l'altro quella indietro. Il primo chiede all'altro: su una scala da uno a dieci, che voto ti dài? E gli risponde senza farlo parlare: tre, sei un tre. Il bastardo, vedremo una volta sceso dalla macchina, è Steve Carell nel ruolo che meno gli avremmo disegnato addosso, mai. Ruolo che ci ricorda, con questa battuta, un padre devoto alla sua teoria di successo in sei stadi di un film col furgoncino giallo. Ce lo ricorda, anche, la prima delle due donne dormienti, un'altra Toni Collette che approda in sala in un film comedy e in una parte minore (ma qui è meno sottotono che in Enough Said). Uomo e donna sono fidanzati e reduci da due matrimoni non andati bene, con figli a carico. La figlia di Carell, è la solita cheerleader con amiche oche e fidanzato palestrato che non vuole essere disturbato mentre gioca a volleyball; il figlio della Collette è il solito emarginato misantropo strano e silenzioso – ma non tanto silenzioso quanto il figlio della Collette del film con Steve Carell e il furgoncino giallo. Si trasferiscono – e qui sta la svolta del film – nella di lui casa al mare circondata dalle case al mare dei suoi amici, quaranta-cinquantenni con figli o cheerleader o emarginati misantropi (addirittura malformati). E le famiglie sono: o scoppiate (madre divorziata che straparla e si prende molta poca cura dei figli, una splendida Allison Janney quasi da Oscar) o tenute insieme con la colla (lei tradisce lui ma lui non lo sa; e lo tradisce coll'uomo di un'altra, che non lo sa). Però, in questa pentola estiva di cliché, queste famiglie sono reali: i figli si annoiano in barca coi genitori e i genitori ritrovano la giovinezza perduta fumando erba, sparandosi acqua addosso, risultando ridicoli agli occhi nostri e della progenie, ma tanto spensierati dopo mesi di duro lavoro.
Succede che il figlio della Collette, che per brevità chiameremo Liam James (faccia azzeccatissima), scappa dalla casa dove la madre non lo caga e il patrigno lo maltratta e si ritrova, doppiamente vestito, ad occuparsi di un parco acquatico, che incarna l'essenza dell'estate in sé: spensierato, malinconicamente giovane, e chiuso per la maggior parte del tempo, mentre piove sulle sdraio e sugli ombrelloni. La morale, però, il film non ce la dà: quando finisce è ancora estate, perché il figlio della Collette scopre e rivela una cosa per cui tutti e quattro, nella macchina d'epoca non gialla, raccolgono baracca e burattini. Non c'è, quindi, una performance danzante come in Little Miss Sunshine – che, per chi non l'avesse capito, è il film di cui sto parlando da trenta righe – o come ne Il Lato Positivo che pure su Little Miss Sunshine era molto costruito. Però c'è il riavvicinamento familiare senza una vera conclusione, lato positivo di questa comunque buona sceneggiatura scritta dai premi Oscar Nat Faxon e Jim Rash (per Paradiso Amaro col regista Alexander Payne) che si concedono le due parti divertenti dentro al film insieme all'amica della sposa Maya Rudolph. Soprattutto Faxon, che è interprete e ogni tanto anche regista e sceneggiatore di Community, serie collegiale per adulti poco nota in Italia in cui interpreta un poco credibile e appariscente preside. Ecco: in questo, sfiorando il demente, ci fa ridere di più. Per il cinema però si attiene alla tradizione, sapendo di dover accontentare anche le famiglie, confezionando un prodotto figlio, a questo punto, di Mamma, Ho Perso L'aereo.