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martedì 13 gennaio 2015
grandi speranze.
Big Eyes
id., 2014, USA, 106 minuti
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura originale: Scott Alexander & Larry Karaszewski
Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Jason Schwartzman,
Danny Huston, Terence Stamp, Jon Polito, Elisabetta Fantone,
Guido Furlani, Delaney Raye, Madeleine Arthur
Voto: 5.5/ 10
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Esercizio cinematografico alla ricerca di una cifra stilistica: dov'è Tim Burton? Ce lo si chiede per tutto il tempo durante questo film, che è big solo nel titolo, nel senso che non è poi così lungo e soprattutto all'inizio avrebbe potuto esserlo, ritratto (passi il termine) di una donna che precocemente e «prima che fosse moda» prende la figlia e lascia il marito e si rifà una vita americana dove le gallerie d'arte espongono solo autori contemporanei, preferibilmente astrattisti. Dipinge per passione, per ispirazione «che viene da dentro», e dipinge soprattutto bambini, bambine, gatti, vengono chiamati “trovatelli” o, per sineddoche, “occhioni” – la motivazione a questa immensità non ci è mai data, se si esclude la banalissima trovata che gli occhi «sono lo specchio dell'anima»; per mantenere sé e la figlia dipinge decorazioni su testate di letti, poi alla domenica, col sole, fa i ritratti dei passanti per due dollari a offerta speciale, scendendo spesso a uno. Qui incontra Walter, estroverso pagliaccio figlio di buona donna, dai modi teatrali e dalle manie di grandezza; egli coglie la fragilità della donna e se la gioca fino a sposarla alle Hawaii, dove lei, come in un più celebre litigio, tornerà per modificare le vesti dei suoi soggetti. Si chiama Margaret Keane, se teniamo buono il cognome di questo secondo marito (ne avrà un terzo) e, tutt'ora viva, è stata una celebrata artista degli anni '50-'60, dopo che si è scoperto che era sua la firma delle opere. Perché, per trovata commerciale di Walter, le tele subiranno un pubblico cambio d'autore dal momento che «le artiste donne non vendono», e ciò che a Walter interessa è la vendita – non importa sotto che forma, al punto che inventerà, cosa latentemente primordiale in quegli anni, i gadget a partire dai quadri, i poster, le cartoline, per coprire un pubblico più vasto e meno abbiente. Non a caso viene citato Andy Warhol e non a caso Margaret mette nel carrello senza pensarci due volte la lattina di zuppa Campbell quando va a fare la spesa e vede, addosso alla gente che la circonda, le grandi iridi che dipinge. Siamo in una piccola visione ma non è una visione di Tim Burton, il visionario regista della locandina, come preannunciato: il regista dov'è? Nonostante siamo stati abituati ultimamente alle esplosioni di colori, di raffinatezze tessili, di scene (spesso digitali) ben costruite sia oniriche sia nostalgiche, dopo l'imbarazzante Alice e l'indigesto Sweenie Todd e il recente (e decente) Dark Shadows – e nonostante questo film abbia una effettiva raffinatezza nelle acconciature retrò, nelle macchine d'epoca, nelle carte da parati e nei vestitini per bimbi, esclusa qualche grottesca rappresentazione ad acrilico infantile non c'è niente che ci riconduca a un regista diventato adesso di cassetta e trito e ritrito nel solito impasto dark, nei soliti personaggi sposi cadaveri, i due soliti attori feticci. Non si sente però, attenzione!, l'assenza di tutte queste cose; si sente piuttosto una forzatura dietro, negli anni della maggior perdita di originalità di Hollywood, si sente una sceneggiatura furbescamente stesa, sotto dettatura degli stereotipi, una sceneggiatura da film per la televisione che Christoph Waltz amerebbe guardare. Si sente un eccessiva carica istrionica nell'attore europeo, che forse cerca di imitare il solito esagerato Johnny Depp, e invece si sentono pochissimo i toni di Amy Adams, nonostante il fresco Golden Globe, stretta nelle troppo poche scene, che avrebbe potuto far diventare questo un film sull'arte, un film sul femminismo emergente – mentre invece è un altro film storia-straordinariamente-vera su un matrimonio di mezzo secolo che vede lei ingenua, lui furbo, la giustizia finale. Si potrebbe paragonare sotto certi aspetti al contemporaneo Magic In The Moonlight: un bell'involucro estetico, un copione da esercitazione delle prime scuole, un regista messo dietro alla macchina da presa senza l'ispirazione «che viene da dentro».
domenica 11 gennaio 2015
Golden Globes 2015 - vincitori.
«One can get in trouble for saying anything these days, so I’m just going to say thank you». Con queste sole parole Billy Bob Thornton ha ricevuto il premio come miglior attore per Fargo, la miniserie che battendo True Detective ha portato a casa due trofei; si sono aperti con queste e con satirici riferimenti alle accuse di Bill Cosby e alla vicenda Sony-Columbia sugli attacchi virtuali subiti a causa del film The Interview i 72esimi Golden Globes, macchiati anche qua e là dalle politically correct standing ovations sulle attuali vicende parigine – ricordate dal presidente della Hollywood Foreign Press Association e da Jared Leto, prima che George Clooney ritirasse il Premio alla Carriera. Alla terza e ultima conduzione di fila, Tina Fey e Amy Poehler si sono fatte accompagnare da una finta rappresentante nord-coreana che ha minacciato nuove ripercussioni sul sistema cinematografico americano a meno che non fosse stata fotografata con Meryl Streep (ma è saltato dentro anche Benedict Cumberbatch). Entrambi questi due attori sono rimasti a bocca asciutta – non che la Streep abbia di questi problemi; a Cumberbutch è stato giustamente preferito Eddie Redmayne per la sua coinvolta e intensa interpretazione di Stephen Hawking ne La Teoria Del Tutto, che si aggiudica anche il premio alla colonna sonora di Jóhan Jóhanson. La canzone è per Selma, e la presenta a sorpresa Prince. Altre sorprese: il film d'animazione che non è Lego ma Dragon Trainer 2; il film straniero che non è Ida ma Leviathan; il miglior film comedy che non è Birdman ma Grand Budapest Hotel. (In realtà in questo caso Anderson e Iñárritu si scambiano i globes previsti a uno per la pellicola e all'altro per la sceneggiatura). Birdman vince anche per il miglior attore comedy, Michael Keaton, presentato da Amy Adams vincitrice nella stessa categoria l'anno scorso e quest'anno, per Big Eyes. Ma è prevedibilmente Boyhood ad avere la meglio: Richard Linklater e Patricia Arquette si fanno capofila del miglior film drammatico. Presenti in sala: Jennifer Lopez mezza nuda, Rosamunde Pike sfacciatamente a suo agio, Julianne Moore consapevole dell'Oscar imminente e Mark Ruffalo, doppiamente candidato come Bill Murray, ringraziato dal partner-on-screen Matt Bomer, miglior attore non protagonista in The Normal Heart. Qui il sito ufficiale, che include i premi per la televisione mentre di seguito, dopo l'interruzione, i candidati e i vincitori cinematografici.
miglior film
drama
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto
miglior film
Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto
miglior film
comedy o musical
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent
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The Lego Movie,
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lunedì 13 gennaio 2014
Golden Globes 2014 - vincitori/ 2.
Non importa che Greta Gerwig non abbia vinto per Frances Ha contro Amy Adams (che poverella, 4 nominations all'Oscar, 4 al BAFTA ed era la quinta al Globe – meritava di vincerne) né che Jennifer Lawrence l'abbia fatto, per la seconda volta di fila, immeritatamente, contro la super-favorita Lupita N'yongo e la divertentissima June Squibb; è stata la sera in cui, dopo venticinque anni, per la categoria del miglior film straniero è stato detto un titolo italiano: La Grande Bellezza ha battuto i capolavori di Kechiche, Vinterberg, Farhadi e Miyazaki nella più bella cinquina della serata, probabilmente, la più genuina, non sporcata da premi in avanzo né trovate di marketing – motivo per cui Leonardo DiCaprio, giunto all'undicesima candidatura, pretendeva di ricevere un secondo Golden Globe, così come gli U2, autori della canzone originale per il film su Mandela, erano certi che l'eroe nero sarebbe stato ricordato in qualche modo. Non si sa bene in che direzione punti la doppia vittoria di Dallas Buyers Club, con un favorito Jared Leto miglior attore non protagonista e Matthew McConaughey che sgambetta e trattiene l'euforia perché meno speranzoso di farcela (foto). Entrambi, con la Lawrence, hanno battuto il cast di 12 Anni Schiavo, che perde anche il premio alla regia e si accontenta di una sola statuetta, al miglior film drammatico. Alfonso Cuarón è però giustamente celebrato per la maestria dimostrata in Gravity, e a sua volta celebra Sandra Bullock, che lo guarda dal tavolo con cui è a cena. Insomma una serata di premi seminati un po' in giro, senza una pellicola arraffa-tutto né dei film elogiati per determinate categorie, fatta eccezione per American Hustle, miglior film comedy (ma perché, fa ridere?) e migliori interpretazioni femminili. David O. Russel, regista e sceneggiatore, si vede rubare il globo allo script (giustamente) da Spike Jonze, per la prima volta candidato ai dialoghi (nel 2003 fu nominato come regista per Il Ladro Di Orchidee) – ma la sorpresa più grande è sicuramente questo Alex Ebert che, prima esperienza come compositore per un film, All Is Lost, tiene banco sul palchetto raccontandoci di una festa stringendo il premio alla colonna sonora, tolto al veteranissimo John Williams e al favorito Steven Price.
Qui il sito ufficiale con i video della serata; di seguito e dopo l'interruzione tutti i candidati e i vincitori.
miglior film
drama
12 Anni Schiavo di Steve McQueen
Captain Phillips - Attacco In Mare Aperto di Paul Greengrass
Gravity di Alfonso Cuarón
Philomena di Stephen Frears
Rush di Ron Howard
miglior film
comedy o musical
American Hustle di David O. Russell
Her di Spike Jonze
Inside Llewyn Davis di Joel & Ethan Coen
Nebraska di Alexander Payne
The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese
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sabato 4 gennaio 2014
il forno scientifico.
American Hustle - L'apparenza Inganna
American Hustle, 2013, USA, 138 minuti
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura originale: Eric Singer & David O. Russell
Cast: Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jeremy Renner,
Jennifer Lawrence, Louis C.K., Jake Huston, Michael Peña,
Alessandro Nivola, Elisabet Röhm, Shea Whigham
Voto: 7.7/ 10
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Squadra che vince non si cambia e dopo il successo di critica di The Fighter e il successo di pubblico de Il Lato Positivo, il regista che si ricordava per I ❤ Huckabees e prima ancora per Three Kings solo per le scazzottate con gli attori (George Clooney) e le liti furenti con le attrici (Lily Tomlin) raccoglie quegli interpreti che l'hanno caldamente ringraziato vincendo (Christian Bale, Jennifer Lawrence) o candidandosi (Bradley Cooper, Amy Adams) a un Oscar e mischia la briosa leggerezza nonsense di uno alla virilità corale dell'altro facendo un salto di quarant'anni indietro ma sempre rimanendo in quella parte di America un po' marginale, un po' privata del suo Sogno. Ci è chiaro dalle prime scene: Irving Rosenfeld, un Christian Bale grasso che sottolinea l'elasticità fisica di questo attore camaleonte, per campare gestisce cinque o sei lavanderie, un traffico illecito di quadri d'arte spesso falsi e un finto servizio di prestiti che permette di avere cinquantamila dollari dandone cinque. È il pezzo di storia vera, come ci dice la scritta in apertura: insieme alla compagna Sydney Prosser, il truffatore Rosenfeld aiutò l'FBI a smascherare i corrotti e i mafiosi all'interno della politica americana per non andare in prigione, scoprendo egli stesso, per primo, che la gente coinvolta era sempre più importante di quella appena incastrata, fino al capo di tutte le mafie (un altro attore riciclato, un Robert De Niro che rispolvera la parlata da padrino). In apertura ci viene in realtà anticipato tutto: gli anni '70 dei titoli di testa ben fatti, il grottesco della prima sequenza, in cui Bale si riporta accuratamente i pochi capelli rimasti da una parte, la presenza di un triangolo nato per affari, tra Bradley Cooper e colei che si sobbarca gran parte della pellicola, Amy Adams, smagliante come poche altre volte, e le voci fuori campo che si alternano per raccontare a volte troppo frettolosamente a volte troppo dettagliatamente i pezzi di storia che ci mancano e che volontariamente mancano, e poi la struttura narrativa a salti, che comincia, torna indietro, e poi va avanti. La regola, però, si accascia a metà film, quando compare anche Jennifer Lawrence tanto elogiata per una parte piccola e non così degna di nota e che si trascina dietro tutti i problemi che verranno, i dettagli spifferati all'uomo sbagliato, la civetteria troppo messa in mostra. Ragazza madre, la Lawrence ha un figlio che è il motivo per cui Bale non si decide a scappare con la Adams e fa un po' qui e un po' là, facendosi usare da Cooper e diventando involontariamente amico e confidente di Jeremy Renner, il sindaco buono che essendo costretto ad accettar mazzette finisce dalla parte del torto. In tutto questo minestrone, le cose si complicano continuamente e lo spettatore attento sa che solo un morto potrebbe mettere fine al lunghissimo film; ma il morto non c'è mai perché nessuna pistola spara e se lo fa è solo al soffitto. Il grottesco infatti non nasce da una violenza esagitata mista allo humor involontario (perché di fatto non ci sono battute; fanno ridere i movimenti di camera, a partire dalla tipica carrellata in avanti troppo veloce), ma dagli accentuati costumi e dalle accentuatissime acconciature, esagerate, appariscenti, unici veri elementi di quegli anni '70 che non sono effettivamente stati ricostruiti perché quasi tutte le scene sono al chiuso, di dialoghi in stanze, e così, si sa, è più facile saltare nel tempo (vedere alla voce Argo). L'imperfezione strutturale, troppo prolissa all'inizio che pare essere un film alla Bonnie & Clyde, troppo spaccata in due, desiderosa di colpi di scena e tensioni non sempre azzeccati, viene perdonata grazie a questo quintetto di attori in stato di grazia, che accettano ruoli che non sempre li fanno splendere ma ubbidienti al loro regista, che ancora una volta si dimostra non tanto bravo sceneggiatore quanto eccelso direttore. Sebbene, come tutte le cose troppo elogiate dagli altri, rimanga l'amaro in bocca.
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sabato 12 gennaio 2013
questa vita, la precedente.
The Master
id., 2012, USA, 144 minuti
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura originale: Paul Thomas Anderson
Cast: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams,
Laura Dern, Jesse Plemons, Ambyr Childers
Voto: 8.7/ 10
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Candidato a 3 Premi Oscar:
attore protagonista, attore non protagonista, attrice non protagonista
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Pochi film iniziano in questo modo.
Affidandosi ancora una volta (dopo Il Petroliere) alla bravura compositiva del Johnny Greenwood dei Radiohead (che però quella volta non poté gareggiare per un Oscar che sarebbe stato certo, a causa della non totale originalità della colonna sonora), Paul Thomas Anderson già dall'inizio ci immerge nel suo cinema esteticamente elegante, algido, perfetto. Con un Joaquin Phoenix che si guarda intorno, elmetto in testa, dietro a un cespuglio, e poi si concede a bambole gonfiabili fatte di sabbia e alle masturbazioni non così celate agli occhi dei compagni. Compagni tutti maschi, perché siamo su una costa tra marinai che hanno fatto la Seconda Guerra. Attraverso scene anche lunghe, ma che certo non sono narrativamente accessibili a tutti, capiamo che quest'ossessione per il sesso e il corpo femminile e la penetrazione deriva da uno stress causato dalla lunga astinenza durante il conflitto; è una menomazione psichica alla quale sono costretti quasi tutti i coinvolti, alla quale si aggiunge, per Phoenix, uno zoppicamento perenne, una cicatrice in faccia, un occhio mezzo chiuso, mezza bocca immobile. È un Joaquin Phoenix che tocca livelli di quasi perfezione, che nel più bizzarro e psicologicamente complesso ruolo della sua carriera non si fa offuscare dalla stazza (e dall'immensa bravura) di Philip Seymour Hoffman che butta giù pozioni alcoliche fatte con qualsiasi cosa ricordando le vite passate, urlandole alla folla, pubblicandole in dubbiosi libri. È lui il “master” del titolo: colui che non accettando la condizione di vivere sotto un capo supremo, s'è fatto egli stesso capo, capo della famiglia e di gruppi di credenti (o creduloni), praticando cure per (certi tipi di) leucemia e repressione della rabbia; per questo il loro incontro, tra Hoffman/ Lancaster Dodd e Phoenix/ Freddie Quell provocherà scintille e si trasformerà in una sorta di rapporto padre-figlio fatto di alti e bassi, altissimi e bassissimi, ma un totale rispetto reciproco e una devozione (maggiore da una delle due parti) per cui quando qualcuno parla male del genitore con cui ho appena litigato, lo faccio fuori perché solo io posso urlargli contro.
Tra i due litiganti la terza gode, che per la quarta volta viene candidata all'Oscar (in soli sei anni, e sempre come Attrice Non Protagonista) nonostante la sua sia una parte meteoritica, molto inferiore alle precedenti (sicuramente avrebbe dovuto vincere per Il Dubbio) e di nuovo, dopo Il Dubbio, torna a lavorare con Hoffman solo che mentre in quel film gli faceva causa senza prove, qua lo appoggia con totale fiducia: Amy Adams moglie del capo-mastro accoglie e promuove le teorie del marito credendoci lei quasi più di lui che le partorisce, aiutandolo nelle terapie, mantenendo i piedi per terra quando la relazione con un ubriacone ninfomane sta diventando poco razionale.
E sebbene il Tom Cruise che Anderson lanciò quando era infuocato grazie a Magnolia (sicuramente inarrivabile a livello di costruzione narrativa) non ha gradito molto questa ricostruzione della nascita di una setta para-Scientology, il regista e sceneggiatore (che non è stato candidato né per l'una né per l'altra categoria) non scivola nella pericolosa fossa per cui pare che se la rida facendo innervosire senza rispondere effettivamente il maestro ma evita di affrontare il tema dello sperperamento di denaro a cui ha costretto i suoi adepti.
Ne consegue un film difficile, molto cerebrale, che si guarda coi sensi, con le orecchie soprattutto, che si guarda con gli occhi in quarta fila per cogliere le simmetrie e le bellezze di certe immagini tutte a fuoco, i discorsi e le domande ripetute venti volte. Ma, c'è un ma. Come se non sapesse lui per primo (Anderson) in che modo va a finire la storia, pare che la storia non finisca, o meglio: si conclude e si consuma, ma alla fine usciamo dalla sala convinti di aver dimenticato qualcosa sulla poltroncina.
martedì 11 dicembre 2012
Los Angeles Film Critics Association - vincitori.
Per la Los Angeles Film Critics Association i film dell'anno sono quelli ormai noti ai più, ma in diverso ordine: L'orlo Argenteo Delle Nuvole ha solo la Migliore Attrice e Operazione Zero Dark Thirty il Miglior Montaggio (ma la Bigelow era una possibile Miglior Regista). Si fanno largo, tra questi maggiori, le pellicole meno considerate come The Master, che accalappia la Scenografia, l'Attrice non Protagonista (una splendida Amy Adams già tre volte candidata all'Oscar), l'Attore Protagonista Joaquin Phoenix, la regia di Paul Thomas “Magnolia” Anderson e soprattutto sfiora il Miglior Film. Che va, udite udite, all'austro-francese Amour, insieme alla Migliore Attrice (un parimerito che non profuma di buono) e che quindi, essendo la ciliegina del dolce, non si candida nemmeno come Film Straniero, dove figura l'Holy Motors presentato a Cannes tra gli sbalordimenti generali. Il suo attore Denis Lavant, interpretazione surreale di cui forse avremo modo di parlare, per la prima volta viene candidato a qualcosa.
Una giustissima Migliore Colonna Sonora per Beasts Of The Southern Wild che si becca anche l'attore non protagonista (!!!) e il New Generation Award.
Il terzo premio più importante, la Sceneggiatura, va a ciò che credevo sbaragliasse la concorrenza, Argo. Ma evidentemente mi sbagliavo.
Tutti i vincitori dopo l'interruzione.
Miglior Film
Amour di Michael Haneke
Altro candidato: The Master di Paul Thomas Anderson
Miglior Regia
Paul Thomas Anderson per The Master
Altro candidato: Kathryn Bigelow per Operazione Zero Dark Thirty
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sabato 13 ottobre 2012
testo originale a fronte.
On The Road
id., 2012, USA, 124 minuti
Regia: Walter Salles
Sceneggiatura non originale: José Rivera
Basata sul romanzo Sulla Strada di Jack Kerouac (Mondadori)
Cast: Garrett Hedlund, Sam Riley, Kristen Stewart,
Amy Adams, Tom Sturridge, Danny Morgan, Kirsten Dunst,
Viggo Mortensen, Elisabeth Moss
Voto: 7.5/ 10
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Premessa/ 1: questa recensione si baserà solo e solamente sul film, considerando il film come opera a sé stante, senza compararla al libro né sottolineare somiglianze e differenze o errori di sceneggiatura.
Premessa/ 2: altra cosa che non ci domanderemo, in questa recensione, è il perché, la necessità di fare un film basandosi sul romanzo di Jack Kerouac adesso, a distanza di così tanti anni, ora che il sesso omosessuale non fa (sicuro?) più scalpore, come il sesso promiscuo o il sesso adolescenziale, come il consumo di droghe in gruppo o la prostituzione o il lavoro per campare, tutte cose che all'epoca avevano fatto saltare gli occhi, anche se i sentimenti di perdizione di allora - e intendo le domande «chi sono?», «cosa voglio?», «cosa voglio fare?» - l'essere spaesati tipico dell'età giovane, sono capisaldi di ogni generazione e di ogni gruppo in crescita.
E passiamo allora alla recensione: squadra vincente non si cambia, il regista Walter Salles, celebrato come se fosse una star, regista de I Diari Della Motocicletta tanto piaciuto a tutto il mondo ma soprattutto regista di Central Do Brasil che nel 1998 portò agli Oscar Fernanda Montenegro, sbatte il suo nome in locandina perché raramente si concede al mercato USA (l'ultimo film americano era Dark Water del 2005) e lo affianca, per far fremere tutti, a quello di José Rivera, che agli Oscar pure s'era candidato, per la sceneggiatura de I Diari Della Motocicletta, e che poi s'è piegato al pubblico scrivendo Letters To Juliet. Ne deriva un film che, guarda un po', come la vita degli autori cerca di avvicinarsi e avvicinarsi all'America ma l'esplosione di beltà è in Messico, quando i protagonisti, infine, decidono di toccare anche quella terra e allora ci sono i paesaggi, ci sono i colori, c'è il sole, la pioggia cessa, ci sono le persone socievoli, mancano i poliziotti stronzi sempre pronti a multare per eccessi vari.
I protagonisti, sono i semi-sconosciuti Sam Riley che è anche voce fuori campo (debolezza della storia) e Garret Hedlund. In realtà il primo è stato Ian Curtis in Control e il secondo Sam Flynn in Tron: Legacy e nel corto Tron: The Next Day. In realtà, Riley nella parte di Sal Paradise è il più protagonista di tutti, scrittore col blocco del foglio bianco ma poi non così tanto, che ha un amico, Carlo Marx, così simile ad Allen Ginsberg, che gli presenta tale Dean Moriarty, bello, bellissimo, biondo, sempre nudo, dongiovanni, matto, spericolato, colui che ottiene sempre quel che vuole e non fa niente se si sposa e procrea e finisce i soldi: lui si diverte. E così nasce il feeling, dicono gli americani, tra questo Dean e il nostro Sal e allora ecco che girano per locali, ascoltano il jazz, ascoltano il blues, ascoltano il mambo, ballano come se non ci fosse né un domani né un oggi e poi Dean insieme a Carlo parte, e Sal è triste come se perdesse un fratello, e allora piglia e parte pure lui, li raggiunge. Ne consegue un girovagare per l'America tutta in una sola macchina con passeggeri cangianti tra Kristen Stewart sedicenne maritata spesso zitta e spessissimo nuda - tanto che parli o si svesta c'ha sempre la stessa faccia; Kirsten Dunst altra moglie dell'Apollo, poveretta, su tre scene che ha, piange in due; Amy Adams pazza da legare con scopa per cacciare le lucertole dagli alberi e marito, Viggo Mortensen, dall'intentiva poco ortodossa, mentre ospitano in casa Elisabeth Moss sempre caruccia reduce fresca da Mad Men; Steve Buscemi (reduce da Boardwalk Empire) voglioso accompagnatore di giovanotti; Terrence Howard suonatore e amante incallito.
Un'accozzaglia insomma di storielle e personaggi più o meno noti per delineare un lustro di amicizia e scorribande che però non attecchisce, non emoziona: le cose da dire sarebbero troppe e le scene a disposizione troppo poche. Tutti gli attori secondari hanno cinque minuti in tutto e poi via, in macchina, per proseguire il viaggio. Esagerata la fratellanza tra i due ex estranei Sal e Dean, che però si giustifica vedendo l'andazzo del tempo. Tom Sturridge (e cioè Carlo Marx) è sicuramente il personaggio più “beat” oltre ad essere sempre bravo, come avevamo notato in Symbiosis.
Conclusione: se non avete letto il libro perché non interessati, né avete apprezzato I Diari Della Motocicletta (come anche Priscilla o Thelma & Louise o Into The Wild), né avete cercato Howl il film o il poema di Allen Ginsberg, beh, restate in casa a guardare Boing.
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